"Che succede?" chiese alle ombre, e fu un po' sorpreso di sentirsi rispondere.

"Ti aspettavamo da tanto tempo," gli rispose una voce ansimante.

"Talvolta abbiamo creduto che non saresti più tornato a casa," esclamò un'altra voce. Il suo tono era melodiosamente femmineo.

Gentle mosse un passo verso la donna e la luce della candela investì ciò che gli parve l'orlo di una gonna rossa, ma la visione scomparve immediatamente. Al suo posto, sul pavimento, del sangue fresco. Gentle non si mosse ma attese che nuove parole uscissero dalle ombre. Vennero quasi subito. Non fu la donna a parlare questa volta, ma la voce ansimante.

"La colpa è stata tua," disse. "Però siamo noi che abbiamo sofferto. Tutti questi anni spesi ad aspettarti."

Quella voce, anche se alterata dal dolore, gli era familiare. Aveva udito la sua cadenza ritmica proprio in quella casa.

"Sei tu, Abelove?" chiese.

"Ti ricordi della gazza?" gli disse l'uomo, confermando così la propria identità. "Quante volte ho pensato: ho sbagliato io, che ho portato quell'uccello in casa. Tyrwhitt non c'entrava ed è sopravvissuto quella volta, non è così? È morto in seguito, ormai rimbambito. E poi c'eravate Roxborough, Godolphin e tu. Siete tutti vissuti e morti intatti. Tutti tranne me. Io solo sono dovuto restare qui a soffrire: volavo, sbattendo continuamente contro i vetri, senza mai avere la forza di smettere." Gemette e, anche se il suo rimprovero era altrettanto assurdo del precedente, questa volta Gentle rabbrividì. "Naturalmente non sono solo," disse Abelove. "C'è Esther. E anche Flores, e Byam-Shaw e il cognato di Bloxham. Ti ricordi di lui? Avrai un sacco di gente a farti compagnia."

"Non credo che mi fermerò," disse Gentle.

"Oh, sì che ti fermerai," rispose Esther. "È il minimo che tu possa fare."

"Spegni quella candela," disse Abelove. "Risparmiati il dolore che la nostra vista ti procurerebbe. Spegneremo i tuoi occhi e tu vivrai con noi come se fossi cieco."

"Non lo farò," replicò Gentle, alzando la candela per far luce intorno a sé.

Li vide in lontananza, la luce illuminava le loro viscere. Quella che aveva scambiato per la gonna di Esther era invece un pezzo di tessuto che le pendeva sulla coscia. La donna lo prese in mano con calma e lo sollevò avvolgendoselo intorno ai fianchi, cercando di non fargli vedere l'inguine. Il suo pudore era assurdo, ma forse la sua fama di donnaiolo era stata così esaltata nel corso degli anni da farle pensare che lui potesse eccitarsi vedendola, persino in quello stato orribile. Ma c'era di peggio. Byam-Shaw aveva solo parvenza di essere umano e il cognato di Bloxham sembrava spolpato da qualche tigre. Tuttavia, nonostante le loro condizioni, non c'erano dubbi che fossero pronti a vendicarsi, Al comando di Abelove lo accerchiarono.

"Hai sofferto abbastanza," disse Gentle, "Non voglio farti altro male. Ti consiglio di farmi passare."

"Farti passare per fare cosa?" gli chiese Abelove, mentre le sue terribili ferite diventavano sempre più visibili a ogni passo che faceva. Non aveva più capelli e un occhio gli penzolava dalla guancia. Quando sollevò il braccio per rivolgere a Gentle un'altra accusa, usò il mignolo, l'unico dito che gli era rimasto in quella mano. "Ci vuoi riprovare, vero? Non tentare di negarlo! Hai sempre la stessa ambizione di una volta in testa!"

"Sei morto perché si compisse la Riconciliazione," disse Gentle. "Non vuoi che sia portata a termine?"

"È stata un abominio!" replicò Abelove. "Non doveva mai succedere! Siamo morti per provarlo. Il nostro sacrificio sarà stato inutile, se tu riprovi e fallisci ancora."

"Non fallirò," disse Gentle.

"No, tu non farai nulla," intervenne Esther, lasciando cadere la gonna e srotolando un groviglio dì viscere, "perché non ne avrai la possibilità."

Gentle guardò tutti quei volti sfigurati e comprese di non avere alcuna speranza di riuscire a dissuaderli. Non avevano atteso tutti quegli anni per poi cambiare idea. Avevano aspettato solo per vendicarsi. Non aveva altra scelta, dunque: doveva fermarli ricorrendo allo pneuma, anche se aggiungere quel supplizio alle molteplici sofferenze che avevano già patito era una cosa che gli ripugnava. Passò la candela dalla mano destra alla sinistra, ma in quel momento qualcuno lo afferrò da dietro immobilizzandogli le braccia. La candela gli cadde di mano e rotolò sul pavimento verso coloro che lo accusavano. Prima che fosse spenta dalla sua stessa cera, Abelove la raccolse con la mano monca.

"Bel colpo, Flores," disse.

L'uomo che stringeva Gentle bofonchiò un ringraziamento, scuotendo la preda per dimostrare di averla ben in pugno. Le sue braccia erano state scuoiate, ma stringevano Gentle come fasce d'acciaio. Abelove abbozzò un sorriso che, su un volto dove le guance si erano ormai ridotte a lembi penzolanti e le labbra a vesciche, sembrò tutt'altra cosa.

"Non lotti," disse Abelove avvicinandosi a Gentle e tenendo sollevata la candela. "Come mai? Ti sei già rassegnato a unirti a noi o forse pensi che, facendo il martire, riuscirai a commuoverci e noi ti lasceremo andare?" Ora era vicinissimo a Gentle. "È bello," disse. Gli ammiccò sospirando. "Quanto è stato amato il tuo viso," continuò. "E questo petto! Quanto hanno lottato le donne per posarvi sopra il capo!" Fece scivolare il moncherino nella camicia di Gentle e gliel'aprì. "Bianchissimo, e senza peli! Non è carne italiana, vero?"

"Che importanza ha?" disse Esther. "Purché sanguini, di cos'altro ti preoccupi?"

"Non si è mai degnato di dirci niente di sé. Ci siamo dovuti fidare del potere che aveva nelle dita e nella testa. È come un piccolo Dio, era solito ripetere Tyrwhitt. Ma anche i piccoli Dei hanno padri e madri." Abelove si piegò, accostandosi di più, facendo in modo che la fiamma fosse così vicina a Gentle da potergli bruciacchiare le ciglia. "Chi sei veramente?" gli chiese Abelove. "Non sei italiano. Sei forse olandese? Potresti esserlo. O svizzero. Freddo e preciso. Allora? È così?" S'interruppe e poi continuò: "Sei figlio del demonio?"

"Abelove," protestò Esther.

"Voglio sapere," gridò Abelove. "Voglio sentirgli dire che è il figlio di Lucifero." Scrutò Gentle più da vicino. "Avanti," disse. "Confessalo."

"Non sono il figlio di Lucifero," disse Gentle.

"Non c'è mai stato nessun Maestro in tutto il mondo cristiano che fosse in grado di eguagliarti. Il potere che hai deve pur esserti stato dato da qualcuno. Da chi, Sartori?"

Gentle gliel'avrebbe detto molto volentieri, se solo l'avesse saputo. Ma non lo sapeva.

"Chiunque io sia," disse. "E qualunque sia il male che ho commesso..."

"Qualunque, dice!" sputò Esther. "Sentitelo! Qualunque! Qualunque!"

Spinse Abelove da parte e agitò un'estremità delle proprie viscere sulla testa di Gentle. Abelove fece per protestare, ma ormai l'attesa era durata abbastanza. Gentle fu sommerso dalle urla. Esther gridava più forte di tutti. Stringendo il cappio intorno al collo di Gentle lo fece cadere. Non appena fu a terra, e prima ancora di vederle, Gentle sentì quelle bocche voraci pronte a divorarlo. Qualcuno gli rosicchiava la gamba, qualcun altro gli schiacciava i testicoli. Il dolore era atroce ed egli cominciò a lottare e a dare calci. Ma erano in troppi a tenerlo con le viscere, le braccia, i denti e, per quanto si dimenasse, non riuscì a spostarsi di un millimetro. Cessata la furia di Esther, vide Abelove che si faceva il segno della croce con la mano monca e poi avvicinava la candela alla bócca.

"Non farlo!" urlò Gentle. Anche una luce flebile era meglio che niente. Sentendolo gridare, Abelove alzò lo sguardo e scrollò le spalle. Poi soffiò sulla fiamma. Gentle sentì che quella carne umidiccia che lo circondava si stava sollevando come una marea pronta a sommergerlo. Il pugno che gli premeva sui testicoli smise di schiacciarglieli e glieli afferrò, stringendoli con forza. Gentle urlò per il dolore, e il suo grido divenne ancora più acuto quando qualcuno cominciò a mordergli i tendini delle ginocchia.

"Sta' giù!" sentì strillare Esther. "Sta' giù!"

Il cappio lo stava strangolando, ma Gentle riuscì ugualmente a emettere l'ultimo urlo. Gli fecero di tutto, lo soffocarono, lo schiacciarono e lo divorarono, e alla fine cedette, gettando la testa all'indietro. Era sicuro che, non appena possibile, gli avrebbero strappato gli occhi, e quella sarebbe stata la sua fine. Nemmeno un miracolo l'avrebbe salvato, se lo avessero privato degli occhi. Avrebbe potuto vivere se l'avessero castrato, ma non se l'accecavano. Batté le ginocchia sulle assi del pavimento, mentre delle dita cominciavano a graffiarlo per raggiungere il suo volto. Consapevole di poter conservare il dono della vista solo per pochi secondi ancora, spalancò gli occhi il più possibile e fissò il buio sopra di sé, nella speranza di trovarvi un'ultima visione su cui soffermare lo sguardo. Un raggio in quel grigio chiaro di luna; una ragnatela tremolante per lo scompiglio che aveva causato. Ma era troppo buio. Gli avrebbero strappato gli occhi prima che potesse utilizzarli un'ultima volta.

E poi qualcosa si mosse nell'oscurità. Qualcosa simile al fumo sprigionato da un turibolo che assunse una forma fantastica. Era la sua immaginazione, non c'erano dubbi, ma la vista di quel volto di bimbo che lo fissava con espressione beata servì ad alleviare il suo terrore.

"Apriti a me," lo sentì dire. "Rinuncia a lottare e fammi entrare dentro di te."

Un'altra frase fatta, pensò. Una speranza di intercessione da opporre all'incubo che stava per castrarlo e accecarlo. Ma se quest'ultimo era reale - e il dolore lo testimoniava - perché non avrebbe dovuto esserlo anche l'altro?

"Lasciami entrare nella tua testa e nel tuo cuore," disse ancora il bambino.

"Ma non so come," urlò, mentre Abelove e gli altri gli facevano il verso.

"Come? Come? Come?" cantavano in coro.

Il bimbo aveva pronta la risposta. "Smetti di lottare," disse.

Gentle pensò che non era poi così difficile. Era finita comunque. Cos'altro aveva da perdere? Con gli occhi fissi sul bambino, Gentle lasciò che ogni muscolo del proprio corpo si rilassasse. Smise di tirar pugni e calci. Rovesciò la testa all'indietro e aprì la bocca.

"Apri il cuore e la testa," sentì dire al bambino.

"Sì," rispose.

Anche mentre rispondeva a quell'invito, aveva un dubbio che gli ronzava come una zanzara nell'orecchio. All'inizio, non aveva sentito puzza di melodramma? E non era ancora così? Un'anima che i cherubini avevano sottratto al Purgatorio e a cui era apparsa la salvezza in extremis. Ma il suo cuore era grande e il bambino salvatore vi si tuffò prima che il dubbio lo potesse far richiudere. Gentle ebbe la sensazione di avere un'altra mente nella propria gola, di sentirne i brividi nelle vene. L'intruso era buono come lo erano state le sue parole. Gentle sentì che i suoi tormentatori si disperdevano: strette e urla si dissolvevano come nebbia.

Gentle cadde a terra. Sotto la guancia sentì che era asciutto anche se solo pochi secondi prima qualcosa era gocciolato lì dalla gonna di Esther. Nell'aria non era rimasta traccia della puzza. Rotolò su se stesso e con calma cercò di toccarsi i tendini. Erano illesi. E i testicoli, che credeva spappolati, non gli facevano nemmeno male. Rise dal sollievo nello scoprire di essere ancora tutt'intero e, continuando a ridere, cercò a tentoni la candela che gli era caduta. Illusione! Era stata soltanto un'illusione! Un qualche rito finale di passaggio inscenato dalla sua mente così che egli potesse affrontare, senza pesi sulla coscienza, il suo futuro di Riconciliatore. Bene, i fantasmi avevano raggiunto il loro scopo. Adesso era libero.

Le dita, tastando, trovarono la candela. Gentle la sollevò da terra, cercò sempre a tentoni i fiammiferi, ne accese uno e avvicinò la fiamma allo stoppino. Laddove prima era stato un brulicare di esseri demoniaci e creature angeliche, ora non c'era più nessuno. Si alzò in piedi. Sebbene il dolore che aveva provato fosse stato immaginario, sentiva veramente di aver lottato e il suo corpo, che non si era affatto ripreso dopo le brutalità di Yzordderrex, non aveva molta resistenza. Mentre si dirigeva barcollando verso la porta, udì di nuovo la voce del cherubino.

"Finalmente solo," disse.

Si girò. La voce proveniva dalle sue spalle, ma non c'era nessuno sulla scalinata. Anche il pianerottolo e i corridoi che davano accesso alla sala erano vuoti. Tuttavia la voce continuò.

"Sorprendente, vero?" disse. "Sentire senza riuscire a vedere. C'è da diventar matti."

Gentle si girò di nuovo, e quel movimento brusco fece vacillare la fiamma della candela.

"Sono ancora qui," disse il cherubino. "Resteremo insieme per un bel po' di tempo, saremo solo tu e io, perciò sarebbe meglio se imparassimo a piacerci. Di che cosa hai voglia di parlare? Politica? Cibo? Mi va bene qualunque argomento, tranne la religione."

Questa volta, quando si voltò, Gentle riuscì a Vedere di sfuggita il suo tormentatore. Non gli apparve più sotto vesti serafiche; ciò che vide gli parve piuttosto una scimmietta con la faccia anemica o incipriata, gli occhi simili a due gocce nere e la bocca enorme. Anziché sprecare energia inseguendo una creatura tanto agile (solo qualche minuto prima pendeva dal soffitto), Gentle rimase fermo ad aspettare. Il suo tormentatore era un chiacchierone. Avrebbe parlato ancora e forse si sarebbe fatto vedere per intero. Non avrebbe dovuto aspettare a lungo.

"I demoni che ti perseguitavano devono essere stati terrificanti," gli disse. "Si capiva dal modo in cui tiravi calci e bestemmiavi."

"Tu non li hai visti?"

"No. E non voglio vederli."

"Però sei entrato nella mia testa, non è forse vero?"

"Sì. Ma non per esplorarla. Non è quello il mio compito."

"E qual è il tuo compito?"

"Come fai a vivere con quel cervello? È così piccolo e contorto."

"Il tuo compito...?"

"Tenerti compagnia."

"Me ne sto andando via."

"Non credo proprio. Ovviamente è solo la mia opinione..."

"Chi sei?"

"Chiamami Riposino."

"E un nome?"

"Mio padre era carceriere. Riposino era la sua cella preferita. Io ho sempre pensato che sia stata una fortuna che per vivere non facesse il circoncisore, altrimenti mi sarei chiamato..."

"Risparmiamelo."

"Cercavo solo di mantenere la conversazione su un tono allegro. Sembri molto agitato. Non c'è motivo. Non ti accadrà nulla di male, a meno che tu non sfidi il mio Maestro."

"Sartori."

"Proprio lui. Come vedi, sapeva che saresti venuto qui. Diceva che avresti fatto di tutto per venire, e aveva perfettamente ragione. D'altra parte penso che anche lui avrebbe fatto lo stesso. Non c'è niente nella tua testa che non sia anche nella sua. A parte me, ovviamente. A proposito, voglio ringraziarti per essere stato così veloce. Diceva che avrei dovuto aver pazienza, ma tu sei arrivato dopo meno di due giorni. Dovevi avere una voglia matta di ricongiungerti ai tuoi ricordi."

La creatura andò avanti sulla stessa scia, continuando a chiacchierare dietro la testa di Gentle, che lo ascoltava appena. Si stava invece concentrando sul da farsi. Questa creatura, chiunque fosse, si era infiltrata a poco a poco dentro di lui. Apri la testa e il cuore, gli aveva detto, e lui, stupidamente, gli aveva obbedito, permettendogli così di possederlo: ora doveva trovare il modo di sbarazzarsene.

"Sai, ce ne sono ancora altri nel posto da cui sono venuti questi," gli stava dicendo.

Per un attimo Gentle aveva perso il filo di quel monologo e non sapeva più di che cosa stesse blaterando.

"Altri cosa?" chiese.

"Altri ricordi," replicò. "Volevi ritrovare il tuo passato, ma ne hai ricordato solo una minima parte. Il meglio deve ancora venire."

"Non voglio," disse. "Perché no? Sei tu, Maestro, in tutte le tue molteplici sfaccettature. Dovresti avere ciò che ti appartiene. O temi forse di essere sommerso da ciò che sei stato?"

Gentle non gli rispose. Quell'essere sapeva benissimo quanto male gli avrebbe potuto causare il passato se l'avesse ricordato tutt'insieme; quand'era arrivato in quella casa si era preoccupato proprio di quell'eventualità. Riposino doveva essersi accorto che il suo battito cardiaco era accelerato, poiché disse: "Riesco a capire perché il pensiero che una simile cosa possa accadere ti spaventa. Ci sono così tante cose di cui siamo colpevoli, non è così? Sempre troppe."

Gentle pensò che doveva andarsene. Se fosse rimasto lì, con il passato che incombeva così prepotentemente, sarebbe successo un disastro.

"Dove stai andando?" chiese Riposino mentre Gentle si avviava verso la porta.

"Vorrei dormire un po'," disse. Una risposta piuttosto ingenua.

"Puoi dormire qui," replicò Riposino.

"Non ci sono letti."

"Puoi dormire sul pavimento. Ti canterò la ninnananna."

"Non c'è niente da mangiare e da bere."

"Non ne hai bisogno adesso," fu la risposta.

"Ma io ho fame."

"Per un po' dovrai digiunare."

Gentle si chiese perché era così ansioso di tenerlo lì. Voleva che crollasse di stanchezza e di sete prima che potesse fare anche un solo passo fuori? O la sua sfera d'influenza sarebbe cessata, se lui avesse raggiunto la soglia? Quella speranza cominciò a insinuarsi dentro Gentle, ma cercò di non lasciarlo trasparire. Sentiva che quella creatura, sebbene avesse detto d'essergli entrato nella testa e nel cuore, non aveva avuto accesso a tutti i pensieri contenuti nel suo cervello. Altrimenti non avrebbe avuto bisogno di minacciarlo per trattenerlo lì. Avrebbe semplicemente ordinato ai suoi arti di lasciarsi guidare e l'avrebbe messo a tappeto. Gentle era ancora padrone di sé, anche se i suoi ricordi erano agli ordini di Riposino. Ne dedusse che, se fosse stato rapido, avrebbe potuto raggiungere la porta e sfuggirgli. Per tranquillizzarlo mentre si preparava alla mossa successiva, Gentle si girò, dando le spalle alla porta.

"E allora penso che resterò qui," disse.

"Almeno così ci faremo compagnia," disse Riposino. "Anche se, ci tengo a puntualizzare, mi rifiuterò di avere rapporti carnali con te, per quanto tu possa disperarti. Ti prego di non prenderlo come un fatto personale. Conosco la tua reputazione e, in questo luogo e in questo preciso momento, dichiaro di non essere affatto interessato a fare del sesso."

"Non vuoi avere dei bambini?"

"Oh, certo, ma è una cosa ben diversa. Li faccio nella testa dei miei nemici."

"È un avvertimento?" gli chiese Gentle.

"Nient'affatto," replicò Riposino. "Sono certo che potremmo formare una famiglia. Fa tutto parte dell'Uno, dopo tutto. Non è forse vero?" Smettendo per un attimo di parlare con la propria voce, imitò quella di Gentle alla perfezione: "Alla nostra morte non scompariremo, Roxborough, ma cresceremo fino a raggiungere le dimensioni dell'intero Creato. Considerami un piccolo segno di quella crescita, e andremo d'accordo."

"Fino a quando non mi ucciderai."

"Perché dovrei fare una cosa simile?"

"Perché Sartori mi vuole morto."

"Sei ingiusto con lui," disse Riposino. "Non mi ha ordinato di ucciderti. Tutto ciò che vuole da me è che ti tenga lontano dal tuo lavoro finché non sarà passato il solstizio d'estate. Non vuole che tu faccia il Riconciliatore e che permetta ai suoi nemici di entrare nel Quinto Dominio. Chi può biasimarlo per questo? Vuole costruire una nuova Yzordderrex proprio qui, per poter governare il Quinto Dominio da un polo all'altro. Lo sapevi?"

"Mi aveva accennato qualcosa del genere."

"E quando ci sarà riuscito, sono certo che ti accoglierà fra le sue braccia come un fratello."

"Ma fino a quel momento..."

"...sono autorizzato a fare tutto ciò che sarà necessario pur d'impedirti di portare a termine la tua missione di Riconciliatore. E se questo significa farti impazzire con i ricordi..."

"... lo farai."

"Devo farlo, Maestro, devo. Sono una creatura ligia al dovere..."

Mentre stava ancora parlando, Gentle pensò a quanto stesse diventando poetico Riposino nel decantare la sua capacità di sottomissione. Gentle aveva deciso che era inutile cercare di arrivare alla porta. Probabilmente era chiusa a due o tre mandate. Era meglio uscire passando per la finestra, la stessa da cui era anche entrato. Si sarebbe lanciato, se fosse stato necessario. Se si fosse rotto qualche osso nel farlo, non sarebbe stato poi un prezzo così alto da pagare in cambio della fuga.

Diede un'occhiata attorno con noncuranza, fingendo di cercare un posto dove distendersi, senza mai guardare in direzione dell'ingresso principale. La stanza con la finestra aperta era a non più di dieci passi da dove si trovava. Una volta giunto lì, avrebbe dovuto fare altri dieci passi per raggiungere la finestra. Intanto Riposino era ancora immerso nelle sue proclamazioni di umiltà. Quello era un momento buono.

Gentle finse di fare un passo verso le scale, poi cambiò direzione e si lanciò dritto alla porta. Aveva già fatto tre passi quando l'altro si accorse di quali fossero le sue intenzioni.

"Non fare lo stupido!" disse con tono brusco.

Gentle si rese conto di èssere stato fin troppo prudente nei suoi calcoli. Otto passi, non dieci, gli sarebbero bastati per arrivare alla porta e altri sei per attraversare la stanza e raggiungere la finestra.

"Ti avverto," urlò Riposino; poi, capendo che i suoi appelli non sarebbero serviti a nulla, agì.

Quando fu a un passo dalla porta, Gentle sentì che qualcosa si stava aprendo nella sua testa. La fessura attraverso cui aveva permesso che il passato gli tornasse alla mente un po' per volta, si allargò ora di colpo. Gentle fece un passo e il rivoletto divenne un fiume, un altro passo ed era già diventato un mare; al terzo Gentle fu sommerso da un'alluvione di ricordi. Dalla stanza vide la finestra e fuori la strada, ma la sua volontà di raggiungerla era ormai dispersa in quell'inondazione.

Aveva vissuto diciannove vite nell'intervallo tra il periodo in cui era stato Sartori e quello in cui aveva indossato i panni di John Furie Zacharias; Pie aveva programmato il suo inconscio in modo tale da farlo passare con molta cautela da un'esistenza all'altra, avvolto da un velo d'oblio che cadeva solo quando lui si svegliava in una città che gli era estranea, con un nome che desumeva guardando in una rubrica telefonica o carpendolo da qualche conversazione. Ovviamente, dovunque fosse stato si era lasciato sofferenze alle spalle. Anche se si era sempre curato di restarsene in disparte e far perdere ogni sua traccia quando andava via, le sue improvvise sparizioni avevano sicuramente fatto soffrire tutti coloro che gli si erano affezionati. L'unico che fosse riuscito a fuggire illeso era stato lui. Fino a quel momento. Ora tutte quelle vite incombevano su di lui e Gentle si sentì sommergere da quella stessa sofferenza che era stato così attento a evitare. Nella testa gli si affollarono frammenti del passato, porzioni delle diciannove storie mai conclusesi che si era lasciato alle spalle, tutte vissute con la stessa infantile avidità di sensazioni che aveva caratterizzato la sua esistenza come John Furie Zacharias. In ognuna di quelle vite egli aveva avuto il conforto di gente che lo adorava. Era stato amato e trattato come una celebrità: per il suo fascino, per il suo profilo, per l'aura di mistero che lo avvolgeva. Ma quel pensiero non gli rendeva più dolci i ricordi. Né servì a proteggerlo dal panico che lo travolse quando il suo io fu sommerso dall'enorme quantità di dettagli che facevano da contorno alle altre storie.

Per due secoli non si era mai posto quelle domande che prima o poi tutti si pongono: "Chi sono? Perché sono stato creato, cosa sarà di me quando sarò morto?"

Adesso aveva fin troppe risposte, e la cosa era ancor più angosciante che se ne avesse avute troppo poche. Aveva una piccola schiera di io, di cui di volta in volta si era rivestito come fossero tante maschere. Se ne era servito per scopi quasi sempre banali. Ma non ricordava mai una volta in cui avesse provato dei rimpianti o dei rimorsi, e questo lo faceva sentire ancora più meschino. Né, naturalmente, aveva mai sperimentato la sensazione della morte imminente o l'amara saggezza generata da un lutto. Gli bastava perdere la memoria per allontanare i crucci, quindi il suo spirito non era mai stato messo alla prova.

Proprio come aveva temuto, non riuscì a sopportare quell'assalto di ricordi e di visioni, e la sua lotta per conservare qualcosa dell'uomo che era stato quando aveva messo piede in quella casa fu vana. Il suo desiderio di fuggire, nato dal bisogno di proteggersi e rimasto fino ad allora sospeso a metà tra la porta e la finestra, scomparve del tutto. La risolutezza sparì dal suo volto proprio come se fosse stata un'altra maschera. Non fu rimpiazzata da niente. Gentle era immobile al centro della stanza, impassibile come una sentinella, e la placida simmetria del suo volto non lasciava trasparire alcunché del tormento che lo stava logorando.

 

Le ore notturne si succedettero lentamente, scandite dal rintocco di un campanile in lontananza, che Gentle comunque sembrava non sentire. Soltanto quando le prime luci del giorno illuminarono Gamut Street, filtrando attraverso la finestra che aveva così disperatamente cercato di raggiungere, il mondo al di fuori della sua testa confusa suscitò in lui qualche reazione. Pianse. Non per se stesso, ma commosso dalla delicatezza di quella luce ambrata che si rifletteva dolcemente sul duro pavimento. A quella vista si affacciò alla sua mente il pensiero di uscire in strada per vedere la fonte del miracolo, ma c'era qualcuno nella sua testa, la cui voce era persino più forte di tutta la confusione che vi regnava, che voleva da lui una risposta. La domanda era abbastanza semplice.

"Chi sei?" voleva sapere.

Era difficile rispondere. Un sacco di nomi gli frullavano nella testa e con loro c'erano dei frammenti di vite, ma quale di quei nomi, quale di quelle vite gli apparteneva? Avrebbe dovuto scegliere, scavando tra quei frammenti, per dare un significato alla propria esistenza, ed era una cosa orribile da farsi in un giorno come quello, con i raggi di sole che entravano dalla finestra, invitandolo a uscire, a contemplare il loro padre celeste.

"Chi sei?" chiese di nuovo la voce, e Gentle fu obbligato a confessare quella che era la verità pura e semplice. "Non lo so," disse.

La voce sembrò soddisfatta di quella risposta. "Puoi anche andare allora," disse. "Ma vorrei che tornassi di tanto in tanto, solo per farmi visita. Verrai?"

Naturalmente lui rispose che sarebbe tornato e la voce gli disse che era libero di uscire, Gentle aveva le gambe rigide e quando cercò di camminare cadde; raggiunse strisciando il punto in cui i raggi di sole si riflettevano sulle assi del pavimento. Indugiò per qualche istante e poi, sentendo che le forze gli stavano tornando, scavalcò la finestra e si ritrovò in strada.

Se avesse avuto un ricordo preciso delle vicende della notte precedente, si sarebbe reso conto, approdando al marciapiede, che le sue supposizioni sulla creatura inviatagli da Sartori erano giuste: la sua sfera d'autorità finiva infatti sulla soglia di casa. Ma adesso non riusciva più a capire la ragione della sua fuga. La sera prima, quando era entrato al numero 28 di quella strada, era un uomo risoluto, il Riconciliatore dell'Imagica venuto a confrontarsi con il suo passato e a fortificare la propria coscienza di sé. Ora lasciava la casa distratto da quella stessa coscienza, e se ne stava lì, come un folle, immobile per strada a fissare il sole, ignaro del fatto che il suo arco segnava l'approssimarsi del solstizio d'estate, e quindi del momento in cui l'uomo risoluto che era stato un tempo avrebbe dovuto agire o fallire definitivamente.

 

45

 

I

 

Sebbene Jude non avesse dormito bene dopo la visita di Clem (aveva sognato bulbi di luce che parlavano in un codice che lei non riusciva a decifrare), si svegliò presto e alle otto aveva già pianificato tutta la giornata. Decise che si sarebbe recata a Highgate e avrebbe tentato di trovare un modo per entrare nella prigione sotto la Torre, dove languiva l'unica donna rimasta nel Quinto che potesse trasmetterle il potere. Jude sapeva ora più cose su Celestine di quante ne sapesse la prima volta che era stata alla Torre alla vigilia del Nuovo Anno. Dowd aveva adescato quella donna per l'Imperscrutato, o almeno così aveva detto, strappandola alle strade di Londra e portandola ai confini con il Primo. Era davvero straordinario che fosse sopravvissuta a traumi di quel genere. Che potesse ancora essere sana di mente, dopo essere stata violentata dal Dio e dopo secoli di prigionia, era quasi sicuramente più di quanto si potesse sperare. Ma, pazza o no, Celestine costituiva una fondamentale sorgente di comprensione, e Jude era assolutamente decisa a giocarsi tutto pur di ascoltare ciò che quella donna poteva dirle.

La Torre era così anonima che Judith ci passò davanti senza rendersene conto. Poi tornò indietro, parcheggiò in una strada laterale e si avvicinò a piedi. Non vi erano veicoli nel cortile e nessun segno di vita oltre le finestre, ma Judith si recò dritta all'entrata principale sperando che ci fosse un custode cui strappare il permesso di entrare. Decise che avrebbe usato il nome di Oscar come referenza. Sebbene sapesse che era come giocare con il fuoco, si rendeva anche conto che non aveva tempo per le sottigliezze. Che le ambizioni di Gentle di essere il Riconciliatore fossero realizzate o meno, i giorni a venire sarebbero stati ricchi di possibilità. Alcuni sigilli si stavano rompendo e dal silenzio cominciavano a uscire le prime parole.

La porta rimase chiusa; Jude suonò ripetutamente e bussò anche. Frustrata nei suoi tentativi, si diresse sul retro dell'edificio seguendo un tracciato più che mai irto di rovi e di sterpi. L'ombra della Torre rendeva freddo il suolo su cui Clara era caduta morta e la terra, completamente abbandonata, puzzava di palude. Finché non arrivò in quel luogo, il pensiero di cercare qualche frammento dell'occhio blu non l'aveva nepppure sfiorata, ma forse anche quella ricerca era stata inserita inconsciamente sin dall'inizio nel piano per la giornata.

Rendendosi conto che non aveva speranza di entrare nella Torre da quel lato, spostò la propria attenzione sulla ricerca dei frammenti. Anche se i ricordi di quanto era accaduto in quel preciso luogo erano estremamente vividi, Jude non riusciva a identificare con esattezza il luogo in cui gli insetti di Dowd avevano divorato la pietra, sicché girovagò intorno alla casa per quasi un'ora cercando qualche segno tra l'erba alta. Alla fine, la sua pazienza fu ricompensata. Infatti, molto lontano rispetto al punto in cui lei credeva di dover cercare, trovò ciò che quegli esseri famelici avevano lasciato. Era poco più che una pietruzza, su cui nessuno si sarebbe soffermato, eccetto lei. Quel colore blu era inconfondibile, e quando Jude si piegò per raccogliere il sasso, lo fece con atteggiamento quasi reverenziale. Sembrava un ovetto, pensò, posto lì in un nido di erba in attesa del calore di un corpo che accendesse la vita al suo interno.

Quando si rialzò, udì uno sbattere di portiere d'auto dall'altra parte dell'edificio. Stringendo la pietra nella mano, ripercorse il lato della Torre. Si sentivano delle voci nel cortile: uomini e donne che si scambiavano saluti. Li osservò da dietro l'angolo. Eccola, la Tabula Rasa. Nella sua immaginazione li aveva innalzati alla dubbia dignità di Grandi Inquisitori, giudici austeri e spietati che sapevano celare a meraviglia la loro crudeltà dietro volti impassibili. Forse uno solo in quel quartetto, il più anziano dei tre uomini, non sembrava eccessivamente assurdo in quella veste, ma gli altri avevano dei tratti talmente insulsi e portamenti tanto indolenti che le sarebbero sembrati comunque patetici, in qualunque altra veste che non fosse la più banale. Nessuno di loro aveva un'aria particolarmente felice. A giudicare dalle borse sotto gli occhi, il sonno non li aveva confortati di recente. Né i vestiti di qualità che indossavano (tutto grigio e nero) potevano nascondere lo stato di torpore delle loro membra.

Judith aspettò dietro l'angolo finché il quartetto scomparve dentro l'edificio, sperando che l'ultimo lasciasse la porta socchiusa. Non fu così, e questa volta Judith non bussò. Avrebbe forse potuto blandire un custode flirtando con lui perché la lasciasse entrare, ma certo nessuno di quel quartetto le avrebbe concesso alcunché. Mentre si allontanava dalla porta, un'altra macchina imboccò la strada del cortile. L'autista era un uomo, più giovane di quelli che erano arrivati. Era troppo tardi per nascondersi, perciò Jude alzò la mano in segno di saluto e accelerò il passo verso l'uscita. Il veicolo si fermò quando incrociò Jude che, tuttavia, procedette per la propria strada. L'aveva ormai oltrepassato, quando udì la portiera che si apriva e una voce dolce ed estremamente gentile che diceva: "Ehi, lei! Che cosa ci fa qui?"

Judith non rallentò, resistendo alla tentazione di mettersi a correre, sebbene sentisse i passi sulla ghiaia e poi ancora un richiamo imperioso dell'uomo che cominciava a inseguirla. Lo ignorò fin quando non giunse al confine della proprietà e l'uomo le fu vicinissimo. Jude si voltò e, con il sorriso sulle labbra, rispose: "Diceva a me?"

"Questa è proprietà privata," disse l'uomo.

"Mi scusi tanto, devo aver sbagliato indirizzo. Lei non è un ginecologo, vero?" Da dove le fosse venuta questa uscita, non avrebbe saputo dirlo, ma ebbe l'effetto di far arrossire il suo interlocutore. "Devo trovarmi un dottore, quanto prima possibile."

L'uomo scosse il capo, in evidente stato di imbarazzo. "Questo non è l'ospedale," balbettò. "L'ospedale si trova a metà strada giù per la collina."

Che Dio benedica gli inglesi, pensò Judith, che diventano dei veri idioti quanto si sfiora qualcosa che ha a che fare con le parti intime.

"È sicuro di non essere un dottore?" rincarò Jude, divertendosi a quell'imbarazzo. "Nemmeno uno studente di medicina? A me andrebbe bene lo stesso."

A queste parole l'uomo fece un passo indietro come se Jude fosse sul punto di avventarsi su di lui e di costringerlo a una visita sul posto.

"No, no... mi spiace."

"Anche a me," rispose Judith, tendendogli la mano. L'uomo era troppo confuso per rifiutare e gliela strinse. "Mi chiamo Sorella Concupiscentia," disse Jude.

"Bloxham," rispose l'uomo.

"Dovrebbe fare il ginecologo," continuò Jude con un sorriso. "Ha delle mani molto calde," e con ciò fece dietrofront lasciandolo lì ad arrossire.

 

II

 

Quando tornò a casa, trovò sulla segreteria telefonica un messaggio di Chester Klein, che la invitava la sera stessa a un cocktail-party a casa sua per festeggiare quello che lui chiamava il ritorno del Piccolo Bastardo nel mondo dei vivi. Jude rimase sorpresa del fatto che Gentle avesse deciso di mettersi in contatto con gli amici dopo tutto quello che aveva detto, poi pensò che avesse accettato il consiglio datogli da lei. Forse era stata un po' troppo frettolosa nel rifiutarsi a Gentle. Anche se si era trattenuta a Yzordderrex solo per un breve periodo, quella città l'aveva indotta a pensare e a comportarsi in un modo che mai aveva seguito nel Quinto. Lo stesso valeva per Gentle, il cui catalogo di avventure nei Domini avrebbe potuto riempire una decina di libri. Ora che era tornato nel Quinto, forse ancora sentiva resistere in lui talune influenze bizzarre, come un uomo ritornato alla civiltà da qualche tribù sperduta, che si lava via la pittura di guerra e deve imparare di nuovo a portare le scarpe. Judith richiamò Klein per dirgli che accettava l'invito.

 

"Caro tesorino, tu sei la luce dei miei occhi stanchi," le disse quando Jude apparve sulla soglia di casa sua quella sera. "Così elegantemente scheletrica! Denutrizione à la mode. Perfetta."

Non si vedevano da molto, ma Jude non lo ricordava così stucchevole nelle sue lusinghe. Klein la baciò su entrambe le guance e le fece strada verso il giardino della casa. Il sole era ancora caldo, sebbene fosse già al tramonto, e gli altri ospiti - due Jude già li conosceva, gli altri due no - sorseggiavano i cocktail sul prato. Il giardino, piccolo e chiuso tra alte mura, era però particolarmente lussureggiante. Inevitabilmente, data la natura di Klein e il suo amore per tutto ciò che era eccessivo, il giardino era ricoperto di piante da fiore: non vi erano cespugli o piante verdi. Klein presentò Jude al resto della compagnia, a cominciare da Vanessa, il cui viso, sebbene notevolmente cambiato dall'ultima volta che si erano incontrate, era uno dei due che Jude già conosceva. Era ingrassata molto e il suo trucco era pesante, come a coprire un eccesso con un altro. Gli occhi, notò Jude quando la salutò, erano quelli di una donna che trattenesse un urlo solo per pudore.

"Sei venuta con Gentle?" fu la prima domanda di Vanessa.

"No, Gentle non è venuto con lei," rispose Klein. "Prendi un altro drink e vai ad ammirare i cespi di rose."

La donna non si offese per quel tono, anzi andò dritta verso la bottiglia di champagne, mentre Klein presentò Jude ai due sconosciuti del party. Il primo, un baldo giovane con occhiali da sole, si chiamava Duncan Skeet.

"Un pittore," disse. "O, più precisamente, un ritrattista. Giusto, Duncan? E per lui posano grandi modelli, vero? Modigliani, Corot, Gauguin..."

La battuta si perse un po' nel nulla, ma non sfuggì a Judith. "Non è illegale?" domandò.

"Solo se non se ne fa parola," rispose Klein, la cui osservazione fece scoppiare a ridere il ragazzo che conversava con il falsario: un tipo con folti baffi e con forte accento straniero, di nome Luis.

"Ecco un pittore non molto convincente. Tu non sei proprio nessuno, vero, Luis?"

"Preferirei che mi definissi un sognatore," ribatté Luis. Il profumo che Judith aveva attribuito ai fiori era, in realtà, il dopobarba di Luis.

"Brindiamo," disse Klein, spingendo poi Judith verso l'ultimo della compagnia. Sebbene Jude conoscesse il viso di quella donna, non riusciva a ricordare chi fosse, finché Klein non le disse il nome: Simone. Allora Jude ricordò la conversazione che aveva avuto con lei a casa di Clem e di Taylor, e la ferma determinazione della donna a trovare qualcuno con cui andare a letto. Klein le lasciò a parlare e entrò in casa per aprire un'altra bottiglia di champagne.

"Ci siamo incontrate a Natale," disse Simone. "Ti ricordi?"

"Certo," rispose Jude.

"Ho i capelli corti da allora e ti posso giurare che così metà dei miei amici stentano a riconoscermi."

"Ti donano."

"Klein dice che avrei dovuto tenerli e farne un gioiello. Sembra che alla fine del secolo i fermagli fatti di capelli fossero molto in voga."

"Solo come memento mori," chiarì Judith. Simone parve non capire. "I capelli erano di solito di qualcuno che era morto."

I lineamenti marcati della donna espressero qualche difficoltà a capire, ma quando Simone ci riuscì non poté trattenersi dal fare una smorfia di disgusto.

"Immagino che per lui sia uno scherzo divertente," aggiunse. "Lui, la decenza non sa nemmeno dove sta di casa." Klein era nel frattempo riapparso sulla soglia della porta che dava sul giardino con in mano una bottiglia di champagne. "Sì, tu!" gli gridò Simone. "Ma non c'è proprio nulla che tu prenda seriamente?"

"Mi sono perso qualcosa?" chiese Klein.

"Sei un vecchio bastardo di cattivo gusto a volte!" continuò Simone, avvicinandoglisi e gettandogli il bicchiere ai piedi.

"Che cosa ho fatto?" domandò Klein.

Luis venne in suo aiuto, invitando dolcemente Simone a calmarsi. Judith non aveva nessuna voglia di farsi ulteriormente invischiare nella questione. Si allontanò imboccando uno dei sentieri e mise le mani nelle tasche della gonna in una delle quali teneva l'occhio blu. Chiuse il palmo intorno alla pietra e si avvicinò a una delle splendide rose per sentirne il profumo. Non profumava; non odorava nemmeno di vita. Toccò con le dita i petali. Erano secchi. Si raddrizzò e lanciò uno sguardo su tutta quella fioritura. Tutti fiori falsi, fino all'ultimo.

Simone aveva finito la sua predica e anche Luis non parlava più. Judith si guardò intorno e, sulla soglia della porta del retro, mentre entrava nel giardino e nel calore di quella serata, scorse Gentle.

"Salvami," Judith udì Klein che lo implorava, "prima che venga scorticato vivo."

Gentle sfoderò il suo sorriso più sfacciato e spalancò le braccia. "Basta con i litigi," disse, abbracciando l'uomo.

"Dillo a Simone," replicò Klein.

"Simone. Stai infastidendo Chester?"

"Faceva il bastardo."

"Eh no! Il bastardo sono io! Dammi un bacio e dimmi che lo perdoni."

"Lo perdono."

"Pace in terra, e buona volontà a Chester."

Tutti risero e Gentle passò tra la compagnia baciando, abbracciando, stringendo la mano all'uno e all'altro e riservando il più lungo, e forse il più crudele, abbraccio a Vanessa. "Stai dimenticando qualcuno," disse Klein, indirizzando lo sguardo di Gentle su Judith.

Gentle non fece sfoggio del proprio sorriso con lei. Jude era troppo saggia per rimanere ammaliata dai suoi trucchetti, e lui lo sapeva. Al contrario le lanciò uno sguardo quasi di scusa e alzò verso di lei il bicchiere che Klein gli aveva porto. Era sempre stato un abile trasformista (forse era il Maestro in lui a emergere) e nel giro di ventiquattr'ore, da quando Judith lo aveva lasciato sulla soglia di casa, si era completamente rinnovato. I riccioli ribelli erano stati tagliati, la faccia sporca era stata lavata e rasata. Indossava un abito bianco, sembrava un giocatore di cricket di ritorno dalla linea bianca, rifulgente di vigore e di vittoria. Jude lo fissò cercando di scoprire qualche segno dell'uomo-spettro che aveva lasciato la sera precedente, ma Gentle aveva allontanato da sé tutte le inquietudini, sicché Judith non poté far altro che ammirarlo. Di più. Questa sera Gentle impersonava l'amante che lei si era immaginata disteso accanto a sé nel letto di Quaisoir e non c'era altro da fare che rimanerne abbagliata. Già una volta un sogno l'aveva trascinata tra le sue braccia e poi ne erano scaturite lacrime e dolore. L'idea di ripetere quell'esperienza era una forma di masochismo e una distrazione da questioni più gravi.

Ma c'era dell'altro. Era forse inevitabile che prima o poi si ritrovassero l'uno nelle braccia dell'altra? Se così era, allora quel gioco di sguardi era un'ulteriore distrazione e avrebbero potuto rispettare meglio le loro ambizioni facendo a meno della fase di corteggiamento e accettando semplicemente il fatto di essere indivisibili. Questa volta, anziché essere perseguitati da un passato che nessuno dei due riusciva a comprendere, conoscevano le loro storie e potevano perciò iniziare a costruire su un terreno solido. Sempre che Gentle ne avesse ancora l'intenzione.

Klein la stava chiamando, ma lei rimase nel suo rifugio di boccioli finti a osservarlo: era avido di assistere allo svolgimento del dramma da lui architettato. Lui, Luis e Duncan erano meri spettatori. Lo spettacolo cui erano venuti ad assistere era il Giudizio di Paride, con Vanessa, Simone e lei stessa che rappresentavano le Dee, mentre Gentle impersonava l'eroe obbligato a sceglierne una. Era grottesco, e Judith era assolutamente decisa a non seguire quel copione, così si diresse verso il lato più lontano del giardino mentre la commedia procedeva sul prato all'inglese. Avvicinatasi al recinto del giardino, Judith notò qualcosa di strano. Nella giungla artificiale era stata costruita un'apertura dov'era stato piantato un piccolo cespuglio di rose vere, ma notevolmente meno appariscenti di quelle finte tutt'intorno. Mentre rifletteva su quella stranezza, giunse Luis con un bicchiere di champagne.

"Uno dei suoi gatti," disse Luis. "Gloriana. È stata uccisa da una macchina a marzo. Lui ne è rimasto sconvolto. Non riusciva più a dormire. Non parlava più con nessuno. A un certo punto ho perfino creduto che si sarebbe suicidato."

"È un tipo strano," ammise Judith, portando lo sguardo su Klein che aveva una mano sulla spalla di Gentle e stava ridendo fragorosamente. "Crede che sia tutto un gioco..."

"Questo perché è troppo sensibile a ogni cosa," replicò Luis.

"Ne dubito," ribatté Judith.

"Io sono in affari con lui ormai da ventuno, ventidue anni. Abbiamo avuto dei litigi. Li abbiamo superati. Ne abbiamo avuti altri. È un uomo buono, credimi. Ma ha così paura dei sentimenti che deve buttare tutto nello scherzo. Tu non sei inglese, vero?"

"Sì, sono inglese."

"Allora riesci a capire," disse. "Anche tu avrai i tuoi piccoli sotterfugi." E rise.

"Un migliaio," rispose Jude, osservando Gentle che rientrava in casa. "Vuoi scusarmi un momento?" disse, e ritornò sui propri passi seguita da Luis. Klein fece una mossa per bloccarla, ma Judith gli porse semplicemente il bicchiere vuoto ed entrò in casa.

Gentle era in cucina che curiosava nel frigo, alzando tutti i coperchi per vedere che cosa contenevano.

"Alla faccia dell'invisibilità," disse Judith.

"Avresti preferito che non fossi venuto?"

"Vuoi dire che se te l'avessi chiesto, non saresti venuto?"

Gentle sorrise maliziosamente perché aveva trovato qualcosa che il suo palato avrebbe gradito.

"Vuol dire che tutti gli altri non hanno dei fedeli. Sono venuto perché sapevo che c'eri tu."

Affondò l'indice e il medio nella teglia che aveva trovato in frigo e si portò alla bocca un fiocco di mousse al cioccolato.

"Ne vuoi un po'?" chiese.

Judith non ne avrebbe voluta, ma l'ingordigia con cui Gentle divorava quella roba era irresistibile. Il suo appetito era contagioso. Affondò anche lei le dita per prenderne un po'. Era dolce e cremosa.

"Buona?" le domandò Gentle.

"Peccaminosa," rispose Judith. "Cos'è che ti ha fatto cambiare idea?" .

"Su che cosa?"

"Voglio dire, perché non ti nascondi?"

"La vita è troppo breve," sentenziò Gentle, portandosi un altro pezzetto di dolce alla bocca. "E poi te l'ho già detto: sapevo che saresti venuta."

"Tu sai leggere nella mente altrui, non è vero?"

"Sono in piena forma," rispose lui con un sorriso che era più cioccolata che denti. L'uomo raffinato che Jude aveva visto pochi minuti prima in giardino sembrava ora un monellaccio.

"Hai baffi di cioccolata tutt'intorno alla bocca," gli disse.

"Vuoi leccarmeli?" la provocò.

"Sì," disse Jude, non vedendo ragione per nascondere i propri sentimenti. I segreti avevano causato già troppi guai nel loro passato.

"Allora perché siamo ancora qui?" le domandò.

"Klein non ci perdonerà mai se ce ne andiamo. Il party è in tuo onore."

"Potranno parlare di noi quando ce ne saremo andati," ribatté Gentle, posando il dolce e pulendosi la bocca con il dorso della mano. "Di fatto, probabilmente è proprio questo che vogliono. Andiamo adesso, prima che ci scoprano. Stiamo perdendo tempo a far conversazione..."

"...quando invece potremmo fare l'amore."

"Pensavo di essere io quello che legge nella mente," disse Gentle.

Quando aprirono la porta principale udirono Klein che li chiamava dal retro e Jude provò un senso di colpa finché non ricordò lo sguardo di possesso che aveva notato sul viso di Klein quando Gentle era apparso sulla soglia della porta. Uno sguardo di soddisfazione per essere riuscito a riunire il cast per la messa in scena che aveva così finemente architettato. Il senso di colpa si tramutò in irritazione e Judith sbatté la porta d'ingresso per essere certa che lui sentisse.

 

III

 

Entrati nell'appartamento, Judith spalancò le finestre per lasciar entrare la brezza, ancora gradevole sebbene la notte fosse già scesa da un po'. I rumori della strada salivano ed entravano nella stanza, naturalmente, ma non era nulla di troppo intenso: le inevitabili sirene; chiacchiere di marciapiede; la musica jazz che proveniva da un bar con le finestre aperte, in fondo all'isolato. Spalancate le finestre, Jude sedette sul letto accanto a Gentle. Era venuto il momento di parlare tenendo a mente soltanto la verità.

"Non avrei mai pensato che saremmo finiti così," disse Judith, "Qui. Insieme."

"Sei contenta che siamo qui?"

"Sì, sono felice," rispose la donna dopo una pausa. "Mi sembra giusto."

"Bene," replicò Gentle. "Anche a me pare perfettamente naturale."

Gentle scivolò dietro la schiena di Jude e, intrecciando le sue dita tra i capelli di lei, cominciò a premere con i polpastrelli sul cuoio capelluto. Jude sospirò.

"Ti piace?" le chiese.

"Sì, mi piace."

"Vuoi dirmi cosa pensi?"

"Di cosa?"

"Di me. Di noi."

"Te l'ho già detto. Penso sia giusto così."

"Solo questo?"

"No."

"Che altro c'è?"

Judith chiuse gli occhi, le dita di Gentle avevano un effetto persuasivo e l'aiutavano a far uscire le parole.

"Sono felice che tu sia qui perché credo che abbiamo molto da imparare l'uno dall'altra. Forse potremo persino tornare ad amarci. Cosa ne dici?"

"Per me va bene," sussurrò Gentle.

"E tu? Che cosa pensi?"

"Che avevo dimenticato quanto fosse strano questo Dominio. Che ho bisogno di aiuto per diventare forte. Che temo a volte di comportarmi in modo strano, di fare degli sbagli, e voglio che tu mi ami abbastanza da perdonarmi se dovessi fare cose di questo genere. Lo farai?"

"Lo sai che lo farò," disse Jude.

"Desidero che acceda alla mie visioni, Judith. Desidero che tu veda quello che risplende in me e che non ne abbia timore."

"Non ho paura."

"È bello sentirtelo dire," continuò Gentle. "Così va bene." Si piegò verso di lei e pose le labbra sul suo orecchio. "Noi detteremo le regole d'ora in poi," le sussurrò. "E il mondo ci seguirà. Vero? Non esiste alcuna legge al di fuori di noi. Di ciò che vogliamo. Di ciò che sentiamo. Vedrai."

Baciò l'orecchio in cui aveva introdotto quelle vanità, poi la guancia, e infine, la bocca. Anche Judith iniziò a baciarlo, ardentemente, tenendogli la testa fra le mani come Gentle faceva con lei, massaggiando il cuoio capelluto e avvertendone il movimento contro la scatola cranica. Gentle mise le mani sul collo della camicetta di Judith, non si curò di sbottonarla, la strappò invece, senza frenesia, ritmicamente, pezzo per pezzo, come in un rituale. Quando i seni nudi fecero capolino dal tessuto strappato, la bocca di Gentle fu subito sopra di loro. La pelle di Judith era calda, ma la lingua di Gentle lo era ancora di più, e disegnava su di lei circoli di saliva, poi le labbra si chiusero serrandosi sui capezzoli che si inturgidirono, diventando più tesi della lingua che li solleticava. Con le mani, intanto, Gentle continuava a strappare la gonna nello stesso modo in cui aveva strappato la camicetta. Judith si lasciò cadere all'indietro sul letto, i brandelli della camicetta e della gonna sotto di sé. Gentle la osservò quando le mise una mano sul pube, ancora protetto contro il suo tocco dalla stoffa sottile delle mutandine.

"Quanti uomini l'hanno avuta?" le chiese in un tono che non rivelava emozioni. Il viso di Gentle era nascosto dal gioco di luce che veniva dalla finestra, e Jude non poté leggere la sua espressione. "Quanti?" ripeté lui, imprimendo alla mano un movimento circolare. Sulle labbra di qualsiasi altra persona, una domanda simile l'avrebbe offesa o quantomeno irritata. Ma era Gentle, e Judith apprezzò la sua curiosità.

"Un po'."

Gentle si aprì un varco con le dita tra le gambe di Judith e lavorò con il dito medio sotto la stoffa per arrivare a toccarle l'altra apertura. "E questo?" le disse, esercitando una certa pressione.

La domanda, verbale o digitale che fosse, la mise leggermente a disagio, ma lui insistette. "Dimmelo," ripeté. "Chi è venuto qui dentro?"

"Solo uno," rispose Judith.

"Godolphin?"

"Sì."

Gentle tolse il dito e si alzò dal letto. "Passione di famiglia," osservò.

"Dove vai?" chiese Judith.

"Tiro le tende," rispose lui. "Il buio è meglio per ciò che faremo." Tirò le tende senza peraltro chiudere le finestre. "Hai indosso dei gioielli?" le chiese.

"Solo gli orecchini."

"Toglieteli," le ordinò.

"Non possiamo accendere una luce piccola?" domandò Jude.

"E già troppo chiaro così," replicò Gentle, sebbene Jude riuscisse a malapena a intravederlo. Sapeva però che lui la fissava, spogliandosi. Gentle l'osservò mentre si toglieva dai lobi gli orecchini, passando poi alla biancheria intima. Rimasero nudi nello stesso momento.

"Non voglio solo una piccola parte di te," le disse, avvicinandosi ai piedi del letto. "Ti voglio tutta, in fondo. E voglio che tu voglia tutto me stesso."

"Sì," disse Jude.

"Spero tu lo voglia davvero."

"Come posso provartelo?"

La sua forma grigia sembrò diventare più scura alle parole di Judith, ritraendosi nell'ombra della stanza. Aveva detto che sarebbe stato invisibile e, infatti, adesso lo era. Sebbene Judith avvertisse la sua mano che le afferrava la caviglia e cercasse di guardare oltre il letto per scorgerlo, Gentle era al di fuori della sua portata. Sentì comunque il piacere salire al suo tocco.

"Io voglio questo," disse Gentle mentre le accarezzava il piede. "E questo." Poi fu la volta della tibia e poi della coscia. "E questo..." Il sesso. "... Come anche tutto il resto. E questo... e questi." L'addome e i seni. Il suo tocco era su tutto il corpo, perciò doveva esserle molto vicino, ora, ma continuava a essere invisibile. "E questa dolce gola, e questa meravigliosa testa." Adesso le mani scivolarono di nuovo verso le braccia. "E queste," aggiunse. "Fino alla punta delle dita." Le mani ritornarono sui piedi, ma ovunque le posasse - cioè su tutto il corpo - lei tremava aspettando il tocco successivo. Judith sollevò il capo dal cuscino una seconda volta nella speranza di intravedere il proprio amante.

"Stai giù," le ordinò lui.

"Ma io voglio vederti."

"Sono qui," la confortò con uno sguardo che rapiva un raggio di luce da chissà dove; due punti lucenti in uno spazio che, se lei non l'avesse saputo delimitato da pareti, avrebbe potuto sembrarle senza confini. Dopo queste parole, l'unico rumore fu il suo respiro. Jude non poté far altro che regolare il ritmo del proprio su quello di Gentle, un ritmo che la cullava mentre andava costantemente rallentando.

Dopo un po', Gentle si portò un piede di Judith alla bocca e lo leccò con un solo movimento dal tallone all'alluce. Poi trasse un respiro e soffiò sulla saliva con cui l'aveva bagnata, trattenendo il fiato finché l'organismo di Judith non parve vacillare sull'orlo di un baratro, alla fine di ogni respiro, solo per essere riportato in vita al momento dell'inspirazione. Jude comprese che quella era l'essenza di ogni momento; il corpo che indugiava per pochi secondi tra la fine della vita e la sua continuazione. E in quello spazio al di fuori del tempo, tra un respiro inalato e uno esalato, ogni miracolo diventava possibile, perché esso sfuggiva agli editti della carne come a quelli della ragione. Judith sentì che Gentle stava spalancando la bocca per accogliervi tutte le dita del suo piede; poi, per quanto le sembrasse impossibile, se le fece scivolare in gola.

Sta per ingoiarmi, pensò Jude, e questo pensiero le fece ricordare ancora una volta il libro che aveva trovato nello studio di Estabrook e quella sequenza di amanti racchiusi in un circolo di autoconsunzione; un divorarsi prodigioso che terminava nell'eclissi reciproca. La prospettiva non la mise a disagio. Non era una sfida che apparteneva al mondo visibile, dove domina la paura perché c'è sempre tutto da vincere o da perdere. Quella, invece, era una cosa riservata agli amanti, dove c'è sempre e solo da guadagnare.

Jude sentì che Gentle le sollevava anche l'altra gamba per immergerla nello stesso calore; poi Gentle le prese i fianchi e li usò come un punto di appoggio per penetrarla, centimetro dopo centimetro. Forse si stava dilatando smisuratamente: delle fauci mostruose, una gola come una galleria; o forse lei era flessibile come seta e lui la stava attirando dentro di sé come un prestigiatore fa scomparire i fiori finti dentro la sua bacchetta magica. Judith si sollevò nell'oscurità verso di lui, per capire quale miracolo si stava compiendo, ma le sue dita non riuscirono a interpretare ciò che toccarono. Era la sua carne o quella di lui? Era la caviglia o la guancia? Non c'era modo di distinguerle. Né, in verità, ce n'era bisogno, Tutto ciò che desiderava adesso era di fare quello che facevano gli amanti del libro e soddisfare le sue voglie con i desideri di Gentle.

Cercò la sponda del letto e si mise su un fianco, attirando Gentle verso di sé e accanto a sé. Adesso, sebbene avesse gli occhi offuscati dall'oscurità, riuscì a intravedere la sagoma di Gentle, avvolta nell'ombra del suo stesso corpo. Niente era mutato nell'anatomia di Gentle, Sebbene la stesse consumando, il suo corpo non era affatto mutato. Giaceva accanto a lei come se stesse dormendo. Judith si allungò per toccarlo una seconda volta, senza aspettarsi di sentirne il corpo, ma scoprì, invece, che ci riusciva. Questa era la coscia; questa la tibia; questa era la caviglia e questo il piede. Mentre passava la mano su quella carne, avvertì un delicato movimento a onda, e la sostanza di quel corpo sembrò ammorbidirsi sotto le sue dita. L'odore del sudore di lui le stuzzicò l'appetito, stimolando la produzione dei succhi gastrici e la salivazione. Judith si spostò verso i piedi di Gentle e pose le labbra su quella sostanza. Si stava nutrendo; stava diffondendo la propria fame su quel corpo e fissando il pensiero su quella pelle lucente. Gentle tremò quando Judith lo prese dentro di sé e la donna avvertì il brivido di piacere che egli provò, simile al suo. Gentle l'aveva già consumata fino ai fianchi, ma lei si mise subito in pari, divorandogli le gambe e ingoiando il pene e l'addome su cui il membro poggiava rigido. Judith amò l'eccesso di quel groviglio e anche l'assurdità che comportava: i loro corpi sfidavano la fisica e la natura, o altrimenti riproducevano nuove prove di entrambi come una configurazione chiusa in se stessa. C'era qualcosa di altrettanto impossibile eppure tanto facile a parte l'amore? E che cosa era questo, se non quel paradosso portato su un lenzuolo? Gentle aveva quasi smesso di inghiottirla per consentirle di raggiungerlo e, ora, insieme, chiusero il circolo di consunzione, i loro corpi non furono altro che immagini di fantasia, e loro si trovarono bocca a bocca.

Qualcosa nel mondo concreto - un grido dalla strada, una nota stonata del sassofono - riportò Judith nel mondo plausibile facendole scoprire la fonte da cui era scaturita la loro fantasia. Era la normalissima congiunzione dei loro corpi: le sue gambe erano attorcigliate attorno ai fianchi di Gentle, il cui membro l'aveva penetrata a fondo. Lei non poteva vedergli il viso, ma sapeva che lui non era lì con lei in quel luogo provvisorio. Gentle stava ancora sognando il loro divorarsi. Judith venne presa dal panico, perché voleva riconquistare quella visione; ma con cognizione di causa, adesso. Si strinse al corpo di Gentle e così facendo riaccese il movimento dei fianchi dell'amante. Gentle cominciò a muoversi dentro di lei, respirando lentamente ed espirando contro il suo viso. Jude dimenticò il panico e si abbandonò di nuovo al ritmo, in sintonia con Gentle. Il mondo solido si dissolse e Judith tornò nel luogo da cui era stata richiamata per scoprire che il cerchio si era stretto, la mente di Gentle le stava inglobando la testa mentre lei faceva altrettanto con lui, come gli strati di una cipolla impossibile, ciascuno più piccolo di quello precedente; un enigma che poteva esistere solo là dove la sostanza si dissolveva nella mente che l'aveva creata.

Quello stato di estasi, però, non poteva durare all'infinito. Cominciò innanzi tutto a perdere purezza, disturbato da ulteriori suoni provenienti dal mondo esterno e, questa volta, Judith avvertì che anche Gentle stava mollando la presa sul delirio. Forse, dato che avevano imparato di nuovo ad amarsi, avrebbero trovato un modo per conservare quello stato più a lungo; avrebbero trascorso giorni e notti, persi, probabilmente, nello spazio tra un respiro emesso e un altro tratto. Ma per ora doveva accontentarsi dell'estasi che avevano provato. Con riluttanza, Jude lasciò che la notte tropicale durante la quale si erano divorati si trasformasse in una semplice oscurità e, senza quasi comprendere dove la consapevolezza iniziasse e terminasse, si addormentò.

Quando si risvegliò, Gentle non era accanto a lei. Ne provò un leggero disappunto, ma si sentì ugualmente vivace e leggera. Jude si mise a sedere sul letto e si allungò per avvolgersi nel lenzuolo, ma prima che potesse alzarsi udì la voce di Gentle nella penombra dell'aurora. Era in piedi vicino alla finestra e aveva sollevato con l'indice e il medio un lembo di tenda per sbirciare fuori.

"E tempo che mi metta al lavoro," le disse dolcemente.

"È ancora presto," replicò Jude.

"Il sole è quasi sorto," insisté Gentle. "Non mi posso permettere di sprecare altro tempo."

Lasciò cadere la tenda e si avvicinò al letto. Judith si sollevò e gli gettò le braccia intorno al torso. Voleva stare ancora con lui, godendosi la tranquillità che provava, ma l'istinto di Gentle era forse più giusto. Entrambi avevano del lavoro da sbrigare.

"Preferirei rimanere qui," le disse. "Ti spiace?"

"Niente affatto," rispose Jude. "Anzi, voglio che tu rimanga."

"Avrò orari strani."

"Basta che ogni tanto tu riesca anche a trovare la strada per venire a letto," scherzò Jude.

"Starò con te," concluse Gentle, facendo scorrere la propria mano su di lei, in una lunga carezza che dal collo la portò all'addome. "D'ora in poi, starò con te giorno e notte."

 

46

 

I

 

Sebbene Judith avesse un ricordo vivido della notte precedente, non rammentava che lei o Gentle avessero staccato il telefono, e solo quando decise di chiamare Clem alle nove e mezzo del mattino seguente si accorse che uno dei due doveva averlo fatto. Rimise a posto la cornetta e dopo pochi secondi il telefono squillò. All'altro capo c'era una voce che si aspettava di non sentire mai più: Oscar. A Jude parve, sulle prime, che fosse senza fiato, ma, dopo alcune frasi spezzettate, si rese conto che quegli ansimi non erano altro che singhiozzi repressi.

"Dove sei stata, cara? Ti ho telefonato un milione di volte da quando ho ricevuto il tuo biglietto. Ho perfino pensato che fossi morta."

"La cornetta del telefono era fuori posto, ecco tutto. Dove sei?"

"A casa. Vieni, per favore. Ho bisogno di te, qui." Oscar parlava come se fosse in preda a un panico crescente, come se temesse che Judith rispondesse al suo appello con un rifiuto. "Non abbiamo molto tempo."

"Certo che vengo," gli disse Jude.

"Adesso," insistette Oscar. "Devi venire subito."

Jude gli disse che sarebbe arrivata a casa sua entro un'ora al massimo e Oscar le rispose che l'avrebbe aspettata. Rimandò a dopo la telefonata a Clem, si truccò appena e uscì. Sebbene non fosse ancora metà mattina, il sole era già caldo e, mentre guidava, Judith ricordò il monologo che il tassista aveva inflitto a lei e a Gentle durante il viaggio di ritorno dalla Proprietà. Monsoni e ondate di caldo per tutta l'estate, aveva previsto quel profeta; e ora le sue profezie si stavano avverando! Allora Jude aveva pensato che quel fanatismo fosse alquanto grottesco, frutto di una mente limitata che si crogiolava in fantasie apocalittiche. Ma adesso, dopo la notte straordinaria con Gentle, Judith si trovò a pensare a come quelle strade luminose potessero effettivamente essere lo scenario dei miracoli della mezzanotte precedente: veicoli bagnati da una pioggia torrenziale, poi asciugati dal tepore del sole, così che la materia solida fluiva come una melassa calda e una città divisa in luoghi pubblici e privati, in quartieri ricchi e ghetti, diventasse un tutt'uno. Era forse questo ciò che Gentle aveva voluto dire quando le aveva parlato della sua volontà di farla accedere alla sua visione? Se sì, Judith era pronta a molto di più.

Regent's Park Road era più calma del solito. Non c'erano bambini che giocavano sul marciapiede e, sebbene Jude avesse dovuto lottare per farsi largo nel traffico solo due strade prima, ora non vi erano più veicoli parcheggiati per almeno un chilometro tutt'intorno alla casa. Era isolata, tutta per lei. Non ebbe bisogno di suonare: ancor prima che mettesse piede sul gradino, la porta si aprì e comparve Oscar che con aria frettolosa la invitò a entrare. Aveva gli occhi asciutti, ma non appena chiuse la porta a chiave, le gettò le braccia al collo e scoppiò a piangere con dei singhiozzi che lo scuotevano tutto. Continuò a ripeterle quanto l'amava, quanto gli era mancata, e che aveva bisogno di lei, ora più che mai. Jude lo abbracciò cercando di calmarlo come meglio poteva. Dopo un po' Oscar riuscì a controllarsi e condusse Judith in cucina. Le luci erano accese in tutte le stanze e, anche se era giorno ormai inoltrato, Oscar sembrava non curarsene. Era pallido, almeno dove il volto non era segnato dai lividi; aveva le mani gonfie e ruvide. Judith pensò che i vestiti ampi celassero altre ferite. Osservandolo mentre versava dell'Earl Grey per entrambi, notò delle smorfie di dolore sul suo volto quando faceva dei movimenti troppo rapidi. La conversazione, ovviamente, li riportò di lì a poco al momento in cui si erano divisi nel Rifugio.

"Ero convinto che Dowd ti avrebbe tagliato la gola non appena foste arrivati a Yzordderrex..."

"Non mi ha nemmeno sfiorato," rispose Judith. "Be', non è proprio così. Lo ha fatto dopo. Ma quando siamo arrivati a Yzordderrex era troppo malridotto per provarci." Fece una pausa. "Come te."

"Io ero in uno stato piuttosto critico," disse Oscar. "Volevo seguirti, ma riuscivo a malapena a stare in piedi. Sono tornato qui, ho preso un fucile, ho curato un po' le ferite e poi sono venuto. Ma quando sono arrivato, tu eri già andata via."

"Allora mi hai seguita davvero?"

"Certo. Pensavi che ti avrei abbandonata a Yzordderrex?"

Le offrì una tazza di tè e del miele per dolcificarlo. Solitamente Jude non ne prendeva, ma siccome non aveva ancora fatto colazione ne versò alcuni cucchiai nel tè fino a trasformarlo in uno sciroppo aromatico.

"Quando sono arrivato da Peccable," continuò Oscar, "la casa era vuota. Fuori c'erano rivolte ovunque. Non sapevo da dove iniziare a cercarti, mi sembrava tutto un incubo."

"Hai saputo che l'Autarca è stato deposto?"

"No, non lo sapevo, ma la cosa non mi sorprende. All'inizio di ogni anno Peccable diceva: quest'anno se ne andrà, sì, se ne andrà. A proposito, cosa ne è stato di Dowd?"

"E morto," rispose Judith con un lieve sorriso di soddisfazione.

"Ne sei sicura? Tipi come lui sono difficili da uccidere, cara mia, lascia che te lo dica. Parlo per esperienza."

"Stavi dicendo..."

"Sì, che cosa stavo dicendo?"

"Che ci hai seguito e hai trovato la casa di Peccable vuota."

"E mezza città in fiamme." Sospirò. "Era uno spettacolo terribile. Tanta violenza gratuita. La vendetta delle plebi. Oh, lo so, dovrei festeggiare la vittoria della democrazia, ma che cosa rimarrà? Della mia amata Yzordderrex resteranno solo rovine. Osservandola mi sono detto: è la fine di un'era, Oscar. Dopo, tutto sarà diverso, più buio." Sollevò lo sguardo dal tè che aveva fissato per tutto il tempo e riprese: "Sai se Peccable è sopravvissuto?"

"Se ne stava andando con Hoi Polloi. Penso che l'abbia fatto. Ha svuotato la cantina."

"No, sono stato io a farlo. E ne sono contento."

Portò lo sguardo sul davanzale della finestra. In mezzo alle cianfrusaglie domestiche c'era una serie di statuine. Talismani, pensò Judith, parte dell'orda che occupava la cantina di Peccable. Alcune guardavano dentro la stanza, altre fuori. Erano tutti piccoli modelli di aggressività con espressioni decisamente furiose sulle facce dipinte con colori sgargianti.

"Ma tu sei la mia migliore protezione," aggiunse Oscar. "Il solo fatto di averti qui mi fa pensare che forse ho ancora qualche possibilità di sopravvivere a questa confusione." Posò la mano su quella di Jude. "Quando ho ricevuto il tuo biglietto e ho capito che eri ancora viva, ho cominciato a sperare. Poi, non riuscendo a rintracciarti, ho iniziato a pensare al peggio."

Jude lo guardò in faccia e notò su quel viso una vaga familiarità che non aveva mai osservato prima. C'era qualcosa di Charlie in lui; il Charlie dell'ospedale di Hampstead che sedeva alla finestra e parlava di corpi ritrovati scavando sotto la pioggia.

"Perché non sei venuto da me?" chiese Judith.

"Non potevo allontanarmi da qui."

"Sei ferito così gravemente?"

"Non è quello che ho qui dentro a trattenermi," rispose Oscar portandosi una mano al petto. "Ma quello che c'è là fuori."

"Pensi ancora che la Tabula Rasa verrà a cercarti?"

"Dio mio, no. Quelli sono l'ultima delle mie preoccupazioni. Ho perfino pensato di avvisare uno o due di loro; in modo anonimo, sai com'è. Certo, non Shales, né McGann, o quell'idiota di Bloxham. Che vadano all'inferno. Ma Lionel si è sempre dimostrato un amico, anche quando era sobrio. E le donne. Non voglio avere la loro morte sulla mia coscienza."

"E allora da chi ti stai nascondendo?"

"Il fatto è che non lo so," ammise. "Vedo delle immagini nella Sfera, ma non riesco a definirle."

Judith si era dimenticata della Sfera di Boston con quella sua miscela di pietre profetiche. Ora Oscar sembrava pendere da ogni sua vibrazione.

"Qualcosa è arrivato dai Domini, tesoro," disse Oscar. "Ne sono certo. L'ho visto arrivare dopo di te, cercava di corteggiarti..."

Sembrava che stesse per ricominciare a piangere, ma Jude lo rassicurò accarezzandogli la mano, come a un vecchio stanco.

"Niente mi nuocerà," affermò Judith. "Negli ultimi giorni sono sopravvissuta a cose ben più gravi."

"Tu non hai mai visto un potere come quello," la mise in guardia Oscar. "Non c'è nulla di simile nel Quinto."

"Se proveniva dai Domini, allora doveva essere l'Autarca."

"Sembri sicura di quello che dici."

"Certo, perché so chi è."

"Hai ascoltato Peccable," aggiunse Oscar, "e tutte le sue teorie, tesoro mio. Ma non valgono proprio nulla."

Quella palese condiscendenza irritò Jude, che ritrasse la mano. "La mia fonte è molto più affidabile di quella di Peccable," gli disse in tono stizzoso.

"Ah sì?" Oscar si rese conto di averla offesa e proseguì domandando: "Chi è?"

"Quaisoir."

"Quaisoir? Come accidenti hai fatto ad arrivare sino a lei?" La sorpresa sembrava essere tanto spontanea quanto era stato simulato il suo divertimento di prima.

"Non riesci ad arrivarci?" gli chiese. "Dowd non ti ha mai parlato dei vecchi tempi?"

Ora Oscar assunse un atteggiamento difensivo, quasi sospettoso.

"Dowd ha servito generazioni di Godolphin," continuò Jude. "Sicuramente lo sapevi, no? Su, nell'albero genealogico, fino a Joshua il pazzo. In effetti Dowd era il braccio destro di Joshua, sempre che si possa definire Dowd un uomo."

"Questo lo sapevo," disse Oscar sommessamente.

"Allora sai anche di me?"

Oscar non rispose.

"Sai anche di me, Oscar?" insistette Judith.

"Non ho litigato con Dowd per te, se è questo che vuoi sapere."

"Ma sai perché tu e Charlie volevate tenermi nella famiglia?"

Adesso era Oscar a sentirsi offeso e fece una smorfia per le parole che Judith aveva usato.

"Questo è quello che è successo, Oscar. Tu e Charlie mercanteggiavate per me, sapendo che sarei rimasta tra i Godolphin. Forse potevo andarmene per un po' e fare altre esperienze, ma prima o poi sarei ritornata nella famiglia."

"Ti amavamo," mormorò Oscar con un tono di voce vacuo come l'espressione con cui la stava guardando. "Credimi, nessuno di noi due aveva capito la trama che c'era sotto. Non ci importava."

"Ah davvero?" esclamò Judith non nascondendo affatto che ne dubitava.

"Tutto ciò che so è che ti amo. È una delle poche certezze che ho nella vita."

Judith fu tentata di spargere un po' di veleno su quelle frasi sdolcinate, elencandogli tutte le cospirazioni che la sua famiglia aveva tessuto contro di lei, ma a che pro? Era un uomo distrutto, prigioniero nella propria casa per paura di ciò che il sole poteva far entrare. Le circostanze lo avevano sconvolto. Qualsiasi colpo ulteriore da parte sua sarebbe stata solo cattiveria. Judith poteva disprezzarlo per molte ragioni, ma aveva condiviso con lui troppe intimità per essere crudele. Inoltre, aveva qualcosa da rivelargli che era molto più importante di un'accusa severa. "Non rimango qui, Oscar," gli disse. "Non sono venuta per rimanere prigioniera in questa casa."

"Ma sarai in pericolo là fuori," rispose l'uomo. "Io ho visto quello che succederà. Nella Sfera. Vuoi vederlo con i tuoi occhi?" Si alzò. "Vedrai, cambierai idea." La condusse nella stanza dei tesori, continuando a parlare. "La Sfera ha una sua vita da quando questa potenza è giunta nel Quinto. Non c'è bisogno che qualcuno osservi, continua a ripetere le stesse immagini. E terrificante, sa ciò che succederà ed è davvero tremendo."

Judith iniziò a sentirla ancor prima che giungessero sulla soglia: un rumore come un tambureggiare di grandine su terra bruciata dal sole.

"Non credo sia saggio guardarla troppo a lungo," l'avvisò. "Ha un effetto ipnotico."

Detto questo, aprì la porta. La Sfera era sul pavimento, al centro della stanza, circondata da un cerchio di candele votive. Le fiammelle tremolavano quando l'aria veniva mossa dallo spettacolo che illuminavano. Le pietre profetiche si muovevano come uno sciame di api infuriate dentro e sopra la Sfera; Oscar aveva dovuto riporla in mezzo a un cumulo di terra per evitare che venisse sbattuta dalla violenza dei loro movimenti. L'aria odorava di ciò che Oscar aveva chiamato panico: l'odore amaro e metallico che si sente prima del lampo. Il movimento delle pietre era abbastanza contenuto, ma Judith fece un passo indietro per paura che qualcuna potesse uscire dal cerchio danzante e colpirla. Alla velocità con cui si muovevano, anche la più piccola di esse avrebbe potuto cavare un occhio a una persona. Ma anche se si trovava a una certa distanza, il movimento delle pietre la teneva avvinta. Il resto della stanza, Oscar incluso, svaniva nell'oblio, mentre quella frenesia si impossessava di lei.

"Forse ci vorrà un po' di tempo," disse Oscar. "Ma le immagini sono là dentro."

"Vedo," assentì Jude.

Un'immagine confusa del Rifugio era già comparsa, la cupola seminascosta dietro al boschetto. L'apparizione fu breve. Quella successiva fu la Torre della Tabula Rasa, poi sostituita da un terzo edificio diverso dai due precedenti, anch'esso seminascosto dal fogliame. In questo caso si trattava di un solo albero piantato nel marciapiede.

"Che cos'è quella casa?" chiese Judith.

"Non lo so, ma appare continuamente. E da qualche parte a Londra, ne sono sicuro."

"Come puoi esserne sicuro?"

L'edificio non aveva nulla di particolare: tre piani, una facciata piatta e, da quanto si poteva giudicare, era in rovina. Poteva trovarsi in una qualsiasi città dell'entroterra inglese; o, per quanto potesse immaginare, in Europa.

"A Londra il cerchio si chiuderà," replicò Oscar. "Lì tutto ha avuto inizio e tutto finirà."

L'osservazione fece riaffiorare alcuni ricordi: Dowd di fronte al muro di Pale Hill mentre racconta della storia che si ripete; Gentle e lei stessa che poche ore prima si divoravano a vicenda fino a raggiungere la perfezione.

"Eccola lì di nuovo," tornò a dire Oscar.

L'immagine della casa era temporaneamente scomparsa, ma eccola ancora, chiaramente illuminata. C'era qualcuno vicino alle scale, notò Jude, con le mani lungo i fianchi e la testa rivolta all'indietro a fissare il cielo soprastante. La risoluzione dell'immagine non era tale da consentire di individuarne i contorni. Forse si trattava di un anonimo adoratore del sole, ma Judith ne dubitava. Ogni dettaglio di quella sequenza aveva un suo significato. L'immagine cominciò a svanire di nuovo e la scena assolata, con il fogliame luccicante e il cielo terso, lasciò il posto a una scia circolare di fumo grigio.

"Ecco, guarda adesso," le disse Oscar.

Nel fumo si formavano delle figure che si innalzavano, tremavano e cadevano come cenere, senza che Jude riuscisse a interpretarne la vera natura. Vagamente cosciente di ciò che stava per fare, Judith mosse un passo avanti verso la Sfera.

"Non farlo, tesoro," l'avvisò Oscar.

"Che cosa stiamo guardando?" chiese lei, ignorando l'ammonimento.

"Il potere," rispose Oscar, "che sta giungendo nel Quinto. A meno che non sia già arrivato."

"Ma non è Sartori."

"Sartori?" domandò Oscar.

"L'Autarca," rispose Judith.

Incurante del suo stesso ammonimento, si avvicinò a Judith, ripetendo: "Sartori? Il Maestro?"

Jude non si voltò. Quella scia di fumo richiedeva tutta la sua attenzione. Anche se odiava ammetterlo persino a se stessa, Oscar aveva avuto ragione quando aveva parlato di poteri incommensurabili. Non era semplicemente una forza umana quella che vedeva all'opera. Era una potenza di sorprendente energia, che si faceva avanti in un paesaggio che a Jude sembrava ricoperto da un mucchio di erba grigia. Invece era una città, con edifìci che crollavano a mano a mano che il potere ne bruciava le fondamenta.

Ecco perché Oscar si barricava in casa; era una visione terribile che trovava impreparata anche lei. Per quanto atroci fossero le azioni di Sartori, si trattava solo di un tiranno in una lunga e squallida storia di tiranni; uomini che, temendo la propria fragilità, diventavano mostruosi. Ma questo era un orrore di tutt'altro tipo, che andava al di là delle congiure e degli avvelenamenti. Un potere enorme, implacabile, capace di spazzare via tutti i Maestri e tutti i Despoti, di cancellare i loro nomi dalla faccia della terra senza battere ciglio. Era stato Sartori a dare vita a una tale ignominia? si chiese. Era talmente pazzo da pensare di poter sopravvivere a una tale devastazione e costruire la sua Nuova Yzordderrex sulle rovine che si lasciava dietro? O la sua pazzia era ancora più profonda? Che quella scia grigiastra fosse la città che aveva sempre sognato: una metropoli di tempeste e fumo che sarebbe rimasta in piedi fino alla Fine del Mondo perché quello era il suo vero nome?

Ora la vista era offuscata dalla totale oscurità e Judith rilasciò il respiro finora trattenuto.

"Non è finita," sussurrò Oscar.

Il buio cominciò a diffondersi ovunque e sotto le ferite Jude vide una figura sul pavimento grigio. Era lei; una mera rappresentazione, ma perfettamente riconoscibile.

"Ti avevo avvisata," disse Oscar.

L'oscurità dalla quale era emersa quella figura non era ancora svanita del tutto, ma persisteva sotto forma di nebbia e Judith captò la presenza di una seconda figura accanto a lei. Ancor prima di assistere a questa scena, Jude si era resa conto che Oscar aveva commesso un errore pensando a una cattiva profezia. L'ombra tra le sue gambe non era un assassino. Era Gentle, e quella scena era riportata nella Sfera perché il Riconciliatore rappresentava la speranza di opporsi alla disperazione precedente. Jude sentì Oscar gemere quando vide l'amante-ombra allungarsi verso di lei, metterle una mano tra le gambe, sollevarle un piede e portarselo alla bocca, iniziando a divorarla.

"Ti sta uccidendo," disse Oscar.

Dall'esterno, era un'interpretazione plausibile. Ma non si trattava di morte, naturalmente, bensì d'amore. E non si trattava di una profezia, ma di storia; tutto era già avvenuto la notte precedente. Oscar la stava osservando con gli occhi di un bambino che vede i genitori fare l'amore e pensa che si tratti di un atto di violenza. In un certo senso, Judith era contenta di quell'errore: non avrebbe dovuto spiegargli quello strano accoppiamento.

Lei e il Riconciliatore si erano attorcigliati velocemente, i veli dell'oscurità difendevano l'intimità dell'atto e offuscavano le loro ombre congiunte. Gli amanti divennero così un unico essere che sprofondava, e sprofondava fino a scomparire, lasciando le pietre a girare a vuoto come in un'astrazione.

Era la logica conclusione della sequenza. Dal Tempio alla Torre, alla casa, alla tempesta vi era stata una progressione sinistra, ma dalla tempesta a questa visione di amore si notava un'evoluzione positiva; un segno, forse, che l'unione poteva porre fine all'oscurità.

"Ecco, questo è tutto," disse Oscar. "Adesso ricomincia da capo. E lo ripete in continuazione."

Judith si allontanò dalla Sfera mentre il mucchio di pietre, che si erano calmate durante la scena d'amore, ricominciarono il loro movimento sfrenato.

"Ti rendi conto del pericolo in cui ti trovi?" le chiese Oscar.

"In fondo io sono soltanto un elemento superfluo," disse Judith cercando di distogliere Oscar dall'analisi di quanto avevano appena osservato.

"Non per me," rispose l'uomo abbracciandola. Nonostante le ferite, non era un tipo cui fosse facile resistere. "Voglio proteggerti," disse. "E un mio dovere. Lo capisco adesso. So che sei stata maltrattata, ma ho intenzione di rimediare. Posso tenerti qui, al sicuro."

"Pensi davvero che possiamo seppellirci qui e che l'inferno passerà su di noi senza sfiorarci?"

"Hai un'idea migliore?"

"Sì. Resistere a tutti i costi."

"Non c'è resistenza che tenga contro cose di questo tipo," replicò Oscar.

Judith udì un tuono dietro le spalle e pensò che le pietre stessero descrivendo di nuovo la scena della tempesta.

"Qui almeno abbiamo delle difese," continuò Oscar. "Ho messo uno spirito di guardia a ogni porta e a ogni finestra. Li hai visti in cucina? Quelli sono i più piccoli."

"Tutti maschi, vero?"

"Che cosa c'entra?"

"Non ti proteggeranno, Oscar."

"È tutto quello che abbiamo."

"Forse sono tutto ciò che tu hai..."

Jude si sciolse dall'abbraccio per dirigersi verso la porta. Oscar la seguì nel corridoio chiedendole che cosa intendesse dire. Infine la donna, stizzita per la sua codardia, si girò e disse: "Hai avuto sotto il naso un potere per anni e anni."

"Quale potere? Dove?"

"Sigillato sotto la Torre di Roxborough."

"Di che diavolo stai parlando?"

"Davvero non sai di cosa si tratta?"

"No," rispose Oscar irritato. "Non ti seguo proprio."

"Io l'ho vista, Oscar."

"Come? Eccetto quelli della Tabula Rasa, nessuno ha accesso alla Torre."

"Te la posso mostrare. Ti posso portare alla Torre." Jude abbassò il tono di voce per studiare la reazione di Oscar. "Penso che sia una specie di Dea. Ho cercato di aiutarla a uscire due volte, ma non ci sono riuscita. Ho bisogno di aiuto. Ho bisogno del tuo aiuto."

"È impossibile," replicò Oscar. "La Torre è una fortezza, ora più che mai. Te lo dico io, questa casa è l'unico posto sicuro di tutta la città. Sarebbe un suicidio uscire da qui."

"Va bene, allora," ribatté Judith, intenzionata a non perder tempo di fronte a tanta codardia. Scese le scale, ignorando Oscar che le chiedeva di aspettare.

"Non mi puoi lasciare," urlò l'uomo. "Io ti amo. Hai sentito? Io ti amo."

"Ci sono cose più importanti dell'amore," rispose Jude, pensando che era facile dirlo sapendo che Gentle era a casa ad aspettarla. Ma in parte era vero. Aveva visto una città crollare e diventare polvere. Impedire che avvenisse era sicuramente molto più importante dell'amore, soprattutto se della specie senza nerbo di Oscar.

"Non dimenticare di chiudere a chiave," gli disse Jude, quando fu in fondo alle scale. "Non si sa mai chi può venire a bussare alla porta."

 

II

 

Sulla via di casa Judith si fermò a fare la spesa. Non le era mai piaciuto farlo, ma oggi quell'operazione assurgeva a una dimensione surreale per il senso di presagio che lei portava in sé. Mentre era indaffarata con gli acquisti, le tornò in mente l'immagine della nuvola assassina. Ma la vita doveva continuare, anche se l'oblio aleggiava nell'aria. Doveva comprare il latte, il pane e la carta igienica, il deodorante e i sacchetti per la spazzatura del cestino in cucina. Solo nei film la routine della vita quotidiana passava inosservata, così che al centro dell'attenzione restassero i grandi eventi. Il suo corpo avrebbe avuto fame, si sarebbe stancato, avrebbe sudato e avrebbe digerito fino alla discesa del sipario fatale. Questo pensiero la confortava in modo particolare e, pur se l'oscurità che s'addensava sulla soglia del suo mondo avrebbe dovuto distrarla dalle banalità, quella presenza aveva esattamente l'effetto contrario. Fu più pignola del solito nella scelta del formaggio e annusò una mezza dozzina di deodoranti prima di trovare il profumo che le piaceva.

Finito lo shopping, andò a casa lungo le strade sovraffollate di un giorno di sole, riflettendo nel frattempo sul problema di Celestine. Era chiaro che Oscar non l'avrebbe mai affiancata, perciò doveva cercare aiuto altrove e, dato che ormai gli amici si potevano contare sulla punta delle dita, la scelta ricadeva su Clem e Gentle. Il Riconciliatore aveva un suo programma, ovviamente, ma dopo le promesse della notte precedente Gentle avrebbe sicuramente compreso che doveva aiutarla a liberare Celestine, anche solo per porre fine a quel mistero. Così decise di parlargli quanto prima della prigioniera di Roxborough.

Quando tornò, Gentle non era in casa. Non era certo una sorpresa. L'aveva avvisata che avrebbe dovuto fare orari strani per gettare le basi della Riconciliazione. Judith preparò qualcosa per il pranzo, poi si accorse di non avere appetito e passò ai lavori di casa. Riordinò la camera, che era sottosopra dopo il traffico della notte precedente. Tirando via le lenzuola, scoprì un piccolo oggetto: la pietra blu (o, come lei era solita chiamarla, l'uovo), chele era rimasta in una tasca della gonna stropicciata. La vista di quell'oggetto la distolse dal rifare il letto. Jude si sedette sul bordo del materasso e si passò l'uovo da una mano all'altra, chiedendosi se quella pietra potesse riportarla, anche per breve tempo, nella cella in cui era rinchiusa Celestine. La pietra era notevolmente danneggiata dagli insetti dì Dowd, ma già quando l'aveva scoperta nello scrigno di Estabrook era solo un frammento di una forma più grande e possedeva tuttavia ancora potere. E adesso? si chiese Judith.

"Portami dalla Dea," disse, stringendo l'uovo. "Portami dalla Dea."

La semplicità delle parole usate faceva apparire in tutta la sua assurdità il distacco della mente di Judith dal mondo reale e il suo volo. Non era certo quello il modo in cui andava il mondo, eccetto forse in alcune notti incantate. Ma adesso era metà pomeriggio, il rumore del giorno saliva dalla finestra aperta e Judith non aveva voglia di chiuderla. Non riusciva a esiliarsi dal mondo ogni volta che desiderava alterare la propria coscienza. Le strade e le persone, la sporcizia, il baccano e il cielo d'estate, tutto doveva essere parte di un meccanismo che metteva in moto la trascendenza, altrimenti anche Jude avrebbe iniziato a soffrire come la sua sorella prigioniera e cieca molto prima che i suoi occhi le venissero asportati.

Come le dettava l'istinto, cominciò a parlare con se stessa, sperando in un miracolo. "È già accaduto tempo fa," sussurrò. "Può succedere ancora. Sii paziente, donna."

Ma quanto più a lungo rimaneva lì seduta, tanto più si sentiva ridicola. L'immagine della sua devozione idiota s'impose nitida alla sua mente. Eccola lì, seduta sul letto, intenta a fissare un pezzo di pietra inanimata.

"Scema," disse a se stessa.

Vinta dal proprio smacco, si alzò dal letto. E alzandosi comprese il suo errore. La sua mente le mostrò quel movimento come se fosse staccata da lei. Judith provò un atroce senso di panico e, per la seconda volta nel giro di trenta secondi, si diede della stupida per avere interpretato l'immagine di se stessa seduta sul letto in attesa che accadesse qualcosa come un fallimento, senza intuire che era invece la prova del potere di quella pietra. La sua vista si era allontanata da lei così impercettibilmente che non se ne era nemmeno accorta.

"La cella," disse, istruendo il suo occhio invisibile, "Mostrami la cella della Dea."

Sebbene fosse vicino alla finestra e potesse volare fuori da lì, l'occhio si sollevò a velocità nauseante finché Judith non vide se stessa dall'alto del soffitto. Vide il proprio corpo vibrare sotto di sé mentre il volo la scuoteva. Poi, la vista ridiscese. La sommità del capo di Judith ruotava come un pianeta sotto di lei, finché non si sentì spinta nel proprio teschio e poi giù, fino all'oscurità del proprio corpo. Sentì il panico salire da ogni parte: il battito frenetico del cuore, i polmoni che traevano respiri sempre più brevi. Non vi era la luce che aveva trovato nel corpo di Celestine, nessun accenno di quel blu luminoso che la Dea aveva condiviso con la pietra. C'era solo l'oscurità e il tumulto. Jude desiderava far capire all'uovo il suo errore e cercò di tirare fuori l'occhio della sua mente da quel pozzo, ma se le labbra ubbidivano a tali appelli - cosa di cui dubitava - i messaggi erano comunque ignorati. La sua caduta continuò, come se la sua vista fosse diventata una cacca di mosca che precipita in un pozzo e la cui caduta può durare ore senza mai raggiungere il fondo.

E poi, sotto di lei, un piccolo punto di luce cominciò a ingrandirsi a mano a mano che si avvicinava. Da punto che era divenne una striscia di luminescenza ondulata, come il glifo più puro che si potesse immaginare. Cosa ci faceva dentro di lei? Era forse una vestigia del lavorio che l'aveva creata? Un frammento del sortilegio di Sartori, come la firma di Gentle nascosta fra le pennellate dei suoi falsi? Ora vi si trovava sopra, o meglio dentro, e la sua luminosità era come una fiamma che le faceva tremare la mente.

E, al di fuori della fiamma, le immagini. E che immagini! Judith non conosceva né le loro origini né i loro intenti, ma erano così squisite da farle dimenticare di avere imboccato la direzione sbagliata che l'aveva portata fin lì, invece di condurla da Celestine. Sembrava di trovarsi in una città paradisiaca, ricoperta per metà da una flora lussureggiante alimentata da acque che si innalzavano come archi e colonnati da ogni dove. Gruppi di stelle le fluttuavano sopra la testa, formando cerchi perfetti sul suo zenith; la foschia stendeva dei veli sotto i suoi piedi per facilitarle il passo. Judith attraversò quella città e si fermò in una stanza spaziosa dove cascate d'acqua sostituivano le porte e dove anche il più sottile raggio di sole dava vita a un arcobaleno. Si sedette e con quegli occhi presi in prestito vide il proprio viso e i propri seni, enormi, come se fossero stati scolpiti per un tempio, alti sopra di lei. Il latte spillava dai capezzoli; stava cantando una ninnananna? Così le sembrava, ma la sua attenzione fu distolta troppo rapidamente dai seni e dal viso per accertarlo. Volse lo sguardo verso l'altra estremità della camera. Era entrato qualcuno: un uomo, così ferito e malandato che non lo riconobbe subito. Solo quando la figura fu sopra di lei, Judith si rese conto che era Gentle, Denutrito, con la barba lunga, la salutava con lacrime di gioia agli occhi. Non sapeva se si fossero scambiati delle parole perché, se lo avevano fatto, non le aveva udite, ma Gentle si inginocchiò ai suoi piedi, mentre lo sguardo di Judith andava dal viso sconvolto di lui all'effigie monumentale dietro di lei. Non si trattava più di una cosa di pietra colorata. In quella visione, fatta di carne viva, c'erano movimento, lacrime, persino sguardi in basso, verso di lei, l'adoratrice.

Tutto ciò era alquanto strano, ma cose ben più strane dovevano ancora verificarsi: quando tornò a guardare Gentle, Jude lo vide prendere, da una mano troppo piccola per essere la sua, la stessa pietra che era artefice di quel sogno. La prése con gratitudine e smise di piangere. Poi si alzò e si diresse verso la porta liquida dietro la quale il giorno divampava, e la scena sfumò nella luce.

Judith sentì che l'enigma, quale che fosse il suo significato, stava per svanire, ma non aveva alcun potere per fermarlo. Il glifo nella sua essenza le si parò davanti e, come un sommozzatore abbandona un tesoro che le profondità non si decidono a cedere, Jude si separò da esso attraversando l'oscurità fino al luogo che aveva lasciato.

Nulla era mutato nella stanza; ma un temporale improvviso si abbatté sul mondo esterno, con una forza tale da far cadere uno scroscio d'acqua tra la finestra sollevata e il davanzale. Judith si alzò e afferrò la pietra. Il viaggio le aveva lasciato una sensazione di ebbrezza e sapeva che, se avesse cercato di andare in cucina per mettere qualcosa nello stomaco, le sue gambe non l'avrebbero sostenuta; perciò si distese e appoggiò la testa sul cuscino.

 

III

 

Jude non credeva di aver dormito, ma, com'era accaduto nel letto di Quaisoir, le era difficile distinguere il sonno dalla veglia. Le visioni avute nell'oscurità del suo ventre avevano l'intensità di certi sogni profetici e persistevano in lei; il rumore della pioggia accompagnava il ricordo. Solo quando le nuvole cominciarono a dirigersi verso sud, portando via il loro carico di pioggia, e il sole fece capolino tra le tende fradicie, Judith si riaddormentò.

Si svegliò quando udì Gentle infilare la chiave nella toppa. Era notte, o quasi, e Gentle accese la luce nella camera adiacente. Jude si mise seduta sul letto e stava per chiamarlo, quando decise di osservarlo attraverso la porta socchiusa. Vide il suo viso solo per un istante, ma fu sufficiente per farle desiderare che la penetrasse e la riempisse di baci. Non fu così. Gentle continuò a camminare avanti e indietro per la stanza, massaggiandosi le mani come se gli dolessero, facendo pressione prima sulle dita e poi sui palmi.

Judith non riuscì a trattenersi: si alzò, pronunciando con voce assonnata il suo nome. Lui non la udì subito e Jude dovette chiamarlo ancora prima che Gentle se ne rendesse conto. Solo allora si girò e le sorrise.

"Ancora sveglia?" chiese amorevolmente. "Non dovevi rimanere alzata."

"Stai bene?" gli chiese Judith.

"Sì, sì, naturalmente." Si portò le mani al viso. "È una storia difficile, sai. Non credevo che fosse tanto difficile."

"Vuoi parlarne?"

"Un'altra volta," disse Gentle, avvicinandosi alla porta. Judith prese tra le sue le mani dell'uomo. "Che cosa è questo?" chiese lui.

Judith teneva ancora in mano l'uovo. Gentle glielo sottrasse con l'abilità di un borseggiatore provetto. Jude voleva riaverlo, ma lottò contro l'istinto e gli lasciò analizzare il bottino.

"Carino," aggiunse Gentle. "Da dove arriva?"

Perché esitava a rispondergli? Forse perché Gentle aveva un'aria stanca e lei non voleva sovraccaricarlo di nuovi misteri dato che ne aveva già abbastanza di suoi? In parte il motivo era questo, ma c'era dell'altro. Non le era chiaro di cosa si trattasse, ma aveva a che fare con quella visione in cui le era apparso molto più provato di quanto fosse al momento, ferito e malconcio. In qualche modo sentiva che quella condizione doveva rimanere segreta, almeno per adesso.

Gentle portò l'uovo al naso e lo annusò. "Odora di te," disse.

"No..." ribatté Judith.

"Davvero. Dove lo tenevi?" Le pose una mano tra le gambe e chiese: "Qui?"

Quella supposizione non era poi tanto assurda. In effetti, vi avrebbe potuto infilare l'uovo, quando ne fosse tornata in possesso, e godere di quel piccolo peso.

"No?" continuò Gentle. "Be', sono convinto che a lui sarebbe piaciuto. Credo che mezzo mondo vorrebbe entrarci, se potesse." Premette la mano contro il corpo di Judith. "Ma è mia, vero?"

"Sì."

"Nessuno può entrare lì dentro, eccetto il sottoscritto."

"No." Judith rispondeva meccanicamente, mentre i suoi pensieri si concentravano su come riavere l'uovo più che su quella questione di proprietà.

"Non hai niente che ci possa tirare un po' su?" le domandò.

"Avevo un po' di fumo..."

"Dov'è?"

"Penso di averlo finito tutto, ma non ne sono sicura. Vuoi che guardi?"

"Sì, ti prego."

Jude allungò una mano per afferrare l'uovo dalle mani di Gentle, ma prima che potesse raggiungerlo, lui se lo portò alle labbra.

"Voglio tenerlo," disse Gentle. "Voglio annusarlo per un po', Non me ne vorrai, vero?"

"Vorrei riaverlo."

"Lo riavrai," sussurrò Gentle con una vaga aria di condiscendenza, come se il desiderio di Jude fosse un atteggiamento infantile. "Ma io voglio un portafortuna, un tuo ricordo."

"Ti regalerò un paio delle mie mutandine," disse Jude.

"Non è la stessa cosa," replicò Gentle.

Pose l'uovo sulla lingua e lo leccò riempiendolo di saliva. Jude lo osservò e Gentle ricambiò lo sguardo. Sapeva benissimo che lei rivoleva il suo giocattolo, ma non sarebbe mai arrivata a pregarlo in ginocchio per riaverlo.

"Hai detto che avevi del fumo," le ricordò.

Judith ritornò in camera, accese la lampada sul comodino e cercò nel cassetto superiore della toeletta l'ultimo po' di marijuana che vi aveva nascosto.

"Dove sei stata oggi?" le chiese Gentle.

"Sono andata a casa di Oscar."

"Oscar?"

"Godolphin."

"E come sta Oscar? È ancora vivo e vegeto?"

"Non riesco a trovare il fumo. Devo averlo finito."

"Mi stavi raccontando di Oscar," disse Gentle.

"Si è rinchiuso in casa," riferì Judith.

"Dove abita? Forse dovrei andare a trovarlo. Per rassicurarlo."

"Non vorrà vederti. Non vuole vedere nessuno. È convinto che il mondo sia giunto alla fine."

"E tu che cosa pensi?"

Jude scrollò le spalle. Stranamente Gentle la stava inquietando, ma non capiva il perché. Le aveva preso l'uovo, ma questo non era un delitto. Se la pietra gli dava un po' di senso di protezione, perché mai doveva essere gelosa? Si stava rivelando meschina e non avrebbe voluto esserlo, ma senza il calore del sesso Gentle le appariva grossolano. Non era certo il difetto che si aspettava di trovare in lui. A suo tempo, è vero, l'aveva accusato di innumerevoli colpe, ma non di essere rude. Anzi, forse era stato fin troppo pulito, discreto e delicato.

"Mi stavi dicendo della fine del mondo," riprese Gentle.

"Davvero?"

"Oscar ti ha spaventata?"

"No. Ma ho visto qualcosa che mi ha messo paura."

Jude gli raccontò brevemente della Sfera e delle profezie. Gentle ascoltò senza battere ciglio, poi disse: "Il Quinto sta vacillando. Lo sappiamo entrambi. Ma noi non ne saremo toccati."

Jude aveva sentito la stessa frase da Oscar. Tutti e due le offrivano protezione dalla tempesta. C'era di che sentirsi adulata. Gentle guardò l'orologio.

"Devo uscire di nuovo," disse. "Sarai al sicuro qui, vero?"

"Sì, certo."

"Dovresti dormire. Devi essere forte. Ci saranno tempi bui da attraversare prima di rivedere la luce; e una parte di quell'oscurità la troveremo anche in noi, l'uno nell'altro. È assolutamente naturale. Non siamo angeli, dopo tutto." Continuò ridendo: "Forse tu lo sei, certamente non io."

, Mentre pronunciava queste parole, Gentle infilò l'uovo in tasca. "Va' a dormire," le sussurrò. "Tornerò domattina. E non preoccuparti, niente ti si avvicinerà eccetto me. Te lo giuro. Io sono con te, Jude, per sempre. E queste non sono chiacchiere da innamorati."

Detto questo le sorrise e se ne andò, lasciando Judith a chiedersi di che cosa avesse mai parlato, allora, fino a quel momento.

 

47

 

I

 

"E tu chi cazzo sei?" domandò un volto sudicio con la barba lunga allo straniero che aveva avuto la sfortuna di cadere nel suo confuso campo visivo.

L'uomo che stava interrogando, e che teneva per il collo, scosse il capo. Sanguinava da una corona di tagli e graffi lungo il sopracciglio. Per cercare di zittire il brusio di voci che echeggiavano nella sua mente, l'uomo aveva infatti sbattuto la testa contro un muretto di pietra. Ma non aveva funzionato. Dentro aveva ancora troppi nomi e visi da passare al vaglio. Non poteva rispondere al suo inquisitore che scuotendo il capo. Chi era? Non lo sapeva.

"Allora, esci fuori!" ordinò l'uomo.

Nella mano teneva una bottiglia di vino scadente e il suo alito emanava un tanfo intenso di marciume. Spinse la vittima contro il muro di cemento del sottopasso e gli si avventò contro.

"Non puoi dormire dove cazzo vuoi. Se vuoi sdraiarti, devi prima chiederlo a me. Decido io chi dorme qui. Chiaro?"

Lo sguardo iniettato di sangue, si diresse verso il gruppo che si era alzato da un letto di immondizie e giornali per osservare la scena. Sarebbe scorso del sangue, di questo era certo. Accadeva sempre così quando Tolland era irritato e, per chi sa quale ragione, questo intruso lo irritava più di qualsiasi altro avesse cercato di trovare rifugio lì senza chiedergli prima il permesso.

"Non è vero?" ripeté. "Irlandese, diglielo! Non è vero?"

L'uomo al quale si era rivolto borbottò qualcosa di incomprensibile. La donna accanto a lui, quasi completamente calva, eccettuati pochi capelli decolorati dalle radici nere, si avvicinò a Tolland - cosa che ben pochi osavano fare - e disse: "È vero, Tolly. E vero." La donna osservò la vittima senza pietà. "Pensi che sia un ebreo? Potrebbe esserlo, visto il naso."

Tolland tracannò del vino.

"Sei uno sporco ebreo?" gli chiese.

Qualcuno tra la folla suggerì di spogliarlo e di controllare. La donna, che aveva un'infinità di nomi ma che Tolland chiamava Carol quando la fotteva, si avvicinò per spogliare l'uomo. Tolland le aggiustò uno schiaffo in faccia e lei si ritirò all'istante.

"Togligli di dosso quelle mani sozze," le ordinò. "Sarà lui stesso a dirci la verità. Non è vero, amico? Ce lo dirai? Sei uno sporco ebreo o no?" Lo prese per il bavero della giacca. "Sto aspettando," aggiunse.

La vittima cercò di parlare e riuscì a dire a malapena: "Gentle..."

"Gentile?" ripeté Tolland. "Ah, sì? Sei un Gentile? Non me ne fotte un cazzo di chi sei! Devi sparire da qui."

L'altro annuì e cercò di sottrarsi alla presa di Tolland, ma questi non aveva ancora terminato. Sbatté l'uomo contro il muro così violentemente da togliergli il respiro.

"Irlandese, prendi la bottiglia."

L'Irlandese andò a prendere la bottiglia dalle mani di Tolland e tornò sui suoi passi.

"Non ucciderlo," gli disse la donna.

"Che cazzo te ne frega?" sentenziò Tolland sputando; poi colpì lo straniero tre, quattro volte al plesso solare per concludere con una ginocchiata all'inguine. Inchiodato al muro, l'uomo poteva fare ben poco per difendersi; ma non fece nemmeno quel poco e subì la punizione mentre lacrime di dolore gli scorrevano sul viso. Fissava i presenti con uno sguardo smarrito, lasciandosi scappare gemiti di dolore dopo ogni colpo.

"Tolly, è solo uno scemo," disse l'Irlandese. "Guardalo, è proprio solo uno scemo!"

Tolland non si voltò verso l'Irlandese, né rallentò il ritmo dei colpi, infliggendo anzi alla sua vittima una seconda raffica di pugni. Il corpo del Gentile pendeva inerte dalla presa di Tolland, la faccia tumefatta era ormai priva di ogni espressione.

"Vuoi ascoltarmi, Tolly?" gridò l'Irlandese. "Lascia perdere, non sente più nulla."

"Fatti i cazzi tuoi, Irlandese."

"Ma perché non lo lasci perdere..." insistette l'Irlandese.

"Sono cazzi miei," rispose Tolland.

Buttò il Gentile a terra, facendolo ruzzolare. La piccola folla si ritirò per lasciare spazio al proprio capo. Zittitosi l'Irlandese, nessun altro osò sollevare obiezioni di sorta. Tolland continuò, indisturbato, a picchiare il Gentile. Gli scaricò addosso una serie di calci, mentre la sua vittima gemeva e cercava di proteggersi come meglio poteva, rannicchiandosi con le mani intorno alla testa. Ma Tolland non aveva intenzione di risparmiargli neppure la faccia. Si piegò e togliendogli le mani dal viso sollevò il piede per rompergli le ossa. Prima che potesse farlo, però, sentì la bottiglia cadere a terra e schizzare vino ovunque. Tolland si voltò verso l'Irlandese.

"Perché cazzo l'hai fatto?" domandò.

"Non dovresti picchiare gli scemi," ribatté l'uomo con un tono di voce che già lasciava trasparire il rimorso per quanto aveva appena fatto.

"Stai forse cercando di fermarmi?"

"Sto solo dicendo..."

"Ripeto, stai forse cercando di fermarmi?"

"Tolly, quello non è normale," replicò l'Irlandese.

"E allora gli infilo io un po' di buon senso nella testa," ribatté Tolland. Lasciò le braccia della vittima per rivolgere tutta la sua attenzione al dissenziente. "O lo vuoi fare tu?" gli chiese.

L'Irlandese scosse il capo.

"Forza," gli intimò Tolland. "Fallo per me." Superò Gentle e si diresse verso l'Irlandese. "Forza..." disse ancora. "Forza..."

L'Irlandese cominciò ad arretrare, ma Tolland gli si avventò contro. Il Gentile, nel frattempo, si era girato e stava cercando di allontanarsi a quattro zampe, perdendo sangue dal naso e dalle ferite aperte sopra il sopracciglio. Nessuno si fece avanti per aiutarlo. Quando Tolland era infuriato, come ora, la sua ira non conosceva limiti. Chiunque lo ostacolasse - fosse uomo, donna o bambino - era finito. Gli spaccava le ossa e la testa senza pensarci due volte; una volta, a non più di duecento metri da lì, aveva fracassato una bottiglia sull'occhio di un tale che aveva avuto la sola colpa di averlo fissato troppo a lungo. Non esisteva luogo nella città, a nord o a sud del fiume, in cui non fosse conosciuto e la gente pregava di non incontrarlo mai.

Prima che potesse afferrare l'Irlandese, questi alzò le mani in segno di resa.

"Va bene, Tolly, va bene," mormorò. "È stata colpa mia. Te lo giuro, mi dispiace."

"Hai rotto la mia dannata bottiglia."

"Te ne vado a prendere un'altra. Subito. Corro."

L'Irlandese conosceva Tolland meglio di chiunque altro nel gruppo e sapeva bene come placarlo. Innumerevoli scuse, fatte davanti al numero più alto possibile di membri della tribù. Una regola non fissa, ma che questa volta sortì l'effetto desiderato.

"Allora, vado a prenderla?" chiese l'Irlandese.

"Portamene due, pezzo di stronzo."

"Esatto, l'hai detto, Tolly, sono proprio uno stronzo."

"E una per Carol," aggiunse Tolland.

"Certo, sarà fatto."

Tolland alzò minaccioso un dito verso l'Irlandese. "E non cercare di metterti in mezzo un'altra volta, perché altrimenti ti stacco le palle."

Dopo quella promessa, Tolland rivolse l'attenzione alla sua vittima e, accorgendosi che nel frattempo il Gentile si era allontanato di poco, emise un ruggito di rabbia così tremendo che tutti quelli che si trovavano a pochi metri da lui e dal suo obiettivo si ritirarono. Tolland non aveva fretta e osservò come Gentle, vacillando, tentasse di rialzarsi nonostante le ferite e iniziasse ad aprirsi un varco per la fuga attraverso gli scatoloni e i giacigli improvvisati.

Più in là, un giovane di circa sedici anni, inginocchiato per terra, disegnava sul cemento con i gessi colorati e ripuliva la sua opera soffiando via la polvere. Completamente immerso nel suo lavoro, non si era accorto di quanto era accaduto finora, quando udì la voce di Tolland che riecheggiava nel sottopasso e lo chiamava: "Monday, stronzo! Prendilo!"

Il giovane alzò la testa. Aveva capelli scuri e arruffati, la pelle butterata, le orecchie a sventola. Ma il suo sguardo era limpido, nonostante i segni che gli sfiguravano le membra e gli ci volle solo un secondo per comprendere che si trovava di fronte a un dilemma. Se avesse bloccato quell'uomo ferito, l'avrebbe condannato. Se non lo avesse fatto, si sarebbe condannato. Tentando di guadagnare un po' di tempo, simulò una certa confusione e portò una mano all'orecchio fingendo di non aver sentito quanto aveva detto Tolland.

"Fermalo!" ordinò di nuovo Tolland.

Monday cominciò ad alzarsi da terra e sussurrò al fuggiasco: "Sparisci in fretta da qui."

Ma quell'idiota si era bloccato, gli occhi fissi sul disegno di Monday. Era ripreso dalla foto di una rivista, si trattava di un'attricetta, con gli occhi molto distanziati, che teneva tra le braccia un koala. Monday aveva disegnato quella donna con un'accuratezza incredibile, mentre l'orsetto era stato trasformato in una bestia mostruosa con un solo occhio infuocato in mezzo alla testa.

"Non mi hai sentito?" disse Monday.

L'uomo lo ignorò.

"È il tuo funerale," gli intimò ancora, vedendo che Tolland si stava avvicinando. Lo spinse via dal bordo del suo disegno e gli disse: "Scappa o ti spappolerà la testa! Scappa!" Lo spinse forte, ma l'uomo rimase immobile. "Ci rimetterai la pelle, testa di cazzo!"

Tolland chiamò l'Irlandese. L'uomo corse al suo fianco, impaziente di fare il suo dovere.

"Che cosa c'è, Tolly?"

"Prendimi quello stupido ragazzo."

L'Irlandese obbedì e si diresse verso Monday acciuffandolo. Tolland, nel frattempo, aveva raggiunto il Gentile, ancora fermo ai margini del disegno colorato.

"Non sporcarlo di sangue!" lo pregò Monday, indicando il disegno.

Tolland lanciò un'occhiata al ragazzo, poi saltò sopra il disegno e con gli stivali iniziò a cancellare il viso della donna che era stato riprodotto con tanta attenzione. Monday emise un gemito di protesta vedendo che il suo disegno si riduceva a una nuvola di polvere.

"Non farlo, per favore, non farlo," lo implorò.

Ma quei lamenti non fecero che irritare ulteriormente il vandalo. Tolland, notando che la scatola dei gessetti colorati era a portata di stivale, si apprestò a schiacciarla, ma Monday, liberandosi dalla presa dell'Irlandese, vi si gettò sopra per proteggerli. Il calcio di Tolland colpì il fianco del ragazzo che si rotolò per il dolore nella polvere di gesso. Tolland frantumò con il tacco dello stivale la scatola e il suo contenuto per dirigersi poi verso il giovane e tirargli un secondo calcio. Monday si rannicchiò su se stesso per proteggersi dal colpo. Ma il colpo non arrivò: la voce del Gentile si interpose tra Tolland e la sua intenzione.

"Non farlo," gli ingiunse.

Nessuno si curava di lui e avrebbe potuto fare un altro tentativo di fuga mentre Tolland era indaffarato con Monday, ma l'uomo era rimasto immobile ai bordi del disegno con lo sguardo fisso ora non più su quello ma su chi lo aveva distrutto.

"Che cazzo hai detto?" urlò Tolland.

"Ho detto... non... farlo."

Il piacere che Tolland aveva provato per quella caccia era scomparso, e non c'era spettatore che non lo avesse capito. Il gioco che sarebbe dovuto terminare con il taglio di un orecchio o con qualche costola rotta, era diventato qualcosa di totalmente diverso e molti dei presenti, intuendo che cosa sarebbe successo e non avendo lo stomaco per affrontarlo, se ne andarono. Anche il più coraggioso arretrò di qualche passo; nonostante la droga, l'ebbrezza dell'alcool o semplicemente la limitatezza delle loro intelligenze, tutti intuirono che qualcosa di peggio di uno spargimento di sangue era imminente.

Tolland afferrò il Gentile per la giacca. Estrasse un coltello con una lama di venti centimetri: segni evidenti provavano che non era la prima volta che veniva utilizzata. Alla vista del coltello anche l'Irlandese si ritrasse. Aveva visto Tolland al lavoro con quella lama solo una volta, ma gli era bastato.

Non si trattava più di pugni e di provocazioni, adesso c'era solo la massa mezza marcia di Tolland che si avventava sulla propria vittima per farla fuori. Quando Tolland estrasse il coltello, il Gentile indietreggiò, mentre il suo sguardo tornava ai disegni per terra. Era come i quadri che riempivano la sua testa: la loro luminosità si era tramutata nel grigiore della polvere. E qualcosa di quella polvere gli ricordava un luogo simile a quello in cui si trovava. Una città fatiscente, piena di sporcizia e di rabbia, dove qualcuno o qualcosa gli si era avvicinato per togliergli la vita, proprio come stava facendo ora quell'uomo. Ma l'altro boia aveva sulla testa un fuoco che bruciava la carne, mentre tutto ciò che lui, il Gentile, aveva per difendersi, erano le sue mani nude.

Le alzò. Erano segnate quanto la lama del boia; il dorso era insanguinato perché aveva tentato di fermare il flusso di sangue che gli usciva dal naso. Le aprì, come aveva fatto molte altre volte, respirò a fondo chiudendo la mano destra sopra la sinistra e, senza capirne il perché, le avvicinò alla bocca. Lo pneuma uscì prima che Tolland potesse alzare il coltello, colpendolo alla spalla con una violenza tale che lo scagliò a terra. Per lo spavento l'altro non riuscì a proferire parola per qualche secondo, poi si portò la mano alla spalla sanguinante ed emise un suono più simile a un gemito che a un urlo furioso. I pochi testimoni rimasti a guardare la scena sembravano inchiodati sul posto, lo sguardo fisso su chi aveva sconfitto il loro signore. Successivamente, quando raccontarono questo episodio, descrissero quello che avevano osservato in mille modi. Alcuni parlarono di un coltello nascosto, estratto e di nuovo celato con una tale rapidità che era stato praticamente impossibile vederlo. Altri raccontarono di una pallottola lanciata dai denti del Gentile. Nessuno, comunque, dubitava che qualcosa di incredibile fosse accaduto in quei pochi secondi. Un essere miracoloso era apparso tra loro e aveva deposto il loro tiranno senza toccarlo neppure con un dito.

Tolland, ferito, non aveva alcuna intenzione di lasciare il campo tanto facilmente. Sebbene la lama gli fosse sfuggita dalle mani (ed era stata intenzionalmente allontanata da Monday) poteva ancora contare sulla propria gente che lo avrebbe difeso. Li chiamò con selvagge urla di rabbia.

"Avete visto che cosa ha fatto? Che cosa cazzo state aspettando? Prendetelo! Prendete quello stronzo! Nessuno può osare tanto! Irlandese! Irlandese! Dove cazzo ti sei cacciato? Qualcuno mi aiuti!"

Fu la donna ad accorrere in suo aiuto, ma Tolland la mandò via.

"Dov'è quello stronzo d'Irlandese?"

"Sono qui."

"Prendi quel bastardo," gli ordinò.

L'Irlandese non si mosse.

"Non mi hai sentito? Ha usato uno di quei trucchi da ebreo su di me! L'hai visto. Un trucco da ebreo!"

"L'ho visto," mormorò l'Irlandese.

"Lo farà ancora! Lo userà contro di te!"

"Non penso che abbia intenzione di fare niente a nessuno."

"E allora rompigli l'osso del collo!"

"Puoi farlo tu, se vuoi," rispose l'Irlandese. "Io non lo tocco."

A dispetto della ferita e della sua stessa mole, Tolland si alzò in piedi nel giro di pochi secondi e si avventò sul suo ex braccio destro come un toro scatenato, ma prima che le sue dita potessero stringere la gola dell'Irlandese, il Gentile pose una mano sulla spalla del tiranno. Questi si bloccò e gli spettatori assistettero al secondo miracolo della giornata: la paura sul volto di Tolland. A questo proposito non ci sarebbero state ambiguità nelle varie versioni. Quando la voce attraversò la città nonostante i vari abbellimenti rimase sempre la stessa. Tolland aveva la bava alla bocca, si diceva, e il volto ricoperto di sudore. Alcuni dissero persino che si era pisciato addosso.

"Lascia stare l'Irlandese," gli ordinò il Gentile. "Anzi, meglio... lasciaci tutti in pace."

Tolland non rispose. Fissava la mano posata su di sé e sembrava ritrarsi in se stesso. Non erano le ferite a renderlo così docile, né la paura di un secondo attacco da parte del Gentile. Aveva dovuto leccarsi ferite ben più gravi di quella in passato, ma era sempre tornato a nuove crudeltà. Era il tocco di quella mano che lo faceva sprofondare, quella presa leggera del Gentile sulla sua spalla. Si voltò e si guardò intorno, sperando di incrociare lo sguardo di qualcuno che potesse aiutarlo. Ma tutti, inclusi l'Irlandese e Carol, lo evitarono.

"Non mi puoi far questo..." balbettò quando riuscì ad allontanarsi di qualche metro dal Gentile. "Ho amici dappertutto! Ti ucciderò, stronzo. Sì, lo farò. Ti vedrò morto!"

Gentile gli voltò le spalle e si piegò per raccogliere i frammenti dei gessetti di Monday. Questo gesto distratto era molto più eloquente di qualsiasi minaccia o dimostrazione di forza, perché sottolineava la sua completa indifferenza alla presenza di Tolland. Questi fissò il Gentile piegato sui gessetti per alcuni secondi, come valutando il rischio di un contrattacco. Poi, fatti i suoi calcoli, si voltò e se la diede a gambe.

"Se n'è andato," disse Monday, che si era chinato accanto al Gentile e guardava al di sopra delle sue spalle.

"Ne hai degli altri?" chiese lo straniero, raggnippando i pezzetti di gesso nel palmo della mano.

"No. Ma me ne posso procurare. Tu disegni?"

Il Gentile si alzò in piedi e disse: "Talvolta."

"Copi, come me?"

"Non ricordo."

"Posso insegnarti, se vuoi."

"No," rispose il Gentile. "Copierò dalla mia mente." Guardò i gessetti che teneva in mano. "Solo così potrò vuotarla."

"Sai dipingere bene come sai combattere?" chiese l'Irlandese mentre il Gentile guardava il cemento grigio tutt'attorno.

"Puoi procurarti dei colori?"

"Io e Carol possiamo procurare qualsiasi cosa, qui. Qualsiasi cosa ,tu desideri, Gentile, noi la procureremo per te."

"Allora... procuratevi tutti i colori che potete."

"Tutto qui? Non vuoi nulla da bere?"

Il Gentile non rispose. Si diresse verso la colonna contro la quale Tolland l'aveva bloccato e cominciò a colorarla. Prese il gessetto giallo e iniziò a disegnare il cerchio del sole.

 

II

 

Quando Judith sì svegliò, era quasi mezzogiorno; erano passate circa undici ore da quando Gentle era tornato a casa, le aveva preso l'uovo che le aveva procurato una visione del Nirvana e poi era scomparso di nuovo nel buio della notte. Si sentiva indolente, e la luce la infastidiva. Anche quando andò a mettersi sotto l'acqua fredda della doccia non riuscì a svegliarsi del tutto. Si avvolse nel telo da bagno per asciugarsi e andò in cucina a piedi nudi. La finestra era aperta e la brezza che entrava le fece venire la pelle d'oca: almeno era un segno di vita, pensò, per quanto non troppo piacevole. Accese la macchina del caffè e la televisione cambiando continuamente canale, da una banalità all'altra, e la lasciò accesa a borbottare assieme alla macchina del caffè mentre si vestiva. Era alla ricerca della seconda scarpa, quando squillò il telefono. Dall'altro capo del filo si udiva il rumore del traffico, ma nessuna voce, e, dopo alcuni secondi, la linea fu interrotta. Ripose il ricevitore e rimase davanti al telefono chiedendosi se fosse Gentle che cercava di mettersi in contatto con lei. Trenta secondi dopo il telefono squillò di nuovo. Questa volta udì qualcuno parlare: un uomo, la cui voce era poco più che un bisbiglio.

"Per l'amor di Dio..."

"Chi parla?"

"... Oh Judith... Dio, Dio... Judith?... Sono Oscar..."

"Dove sei?" gli chiese. Era evidente che non era più barricato in casa.

"... Sono morti, Judith."

"Chi?"

"Ora tocca a me. Ora vogliono me."

"Non ti seguo, Oscar. Chi è morto?"

"... Aiutami... Tu devi aiutarmi... Nessun luogo è sicuro."

"Vieni da me."

"No... Vieni tu qui."

"Dove?"

"Sono a St Martin's-in-the-Field. Sai dov'è?"

"Ma che cavolo ci fai lì?"

"Ti aspetterò dentro. Ma sbrigati. Mi troverà. Sì, mi troverà."

 

Il traffico attorno alla piazza era paralizzato come spesso succedeva a quell'ora; la brezza che appena un'ora prima aveva fatto venire a Jude la pelle d'oca era troppo mite per disperdere lo smog causato dagli innumerevoli tubi di scappamento e dal fumo di altrettanti autisti spazientiti. L'aria all'interno della chiesa non era certo meno stantia, sebbene si trattasse di ozono puro mescolato all'odore di paura dell'uomo che sedeva vicino all'altare e che teneva le sue mani grassocce intrecciate in una stretta tanto spasmodica che l'osso delle nocche ne veniva evidenziato nonostante il grasso che lo ricopriva.

"Credevo avessi deciso di non allontanarti da casa," gli ricordò Jude.

"Qualcosa è venuto a cercarmi," disse Oscar con gli occhi sbarrati. "Nel cuore della notte. Ha cercato di entrare ma non ci è riuscito. Poi questa mattina in pieno giorno ho sentito i pappagalli che strepitavano e la porta sul retro che sbatteva violentemente."

"Hai visto che cos'era?"

"Pensi che sarei qui se lo avessi visto? No, ero pronto, dopo la prima volta. Appena ho sentito gli uccelli sono corso alla porta principale. Poi il rumore è cessato e tutte le luci si sono spente..."

Disgiunse le mani e afferrò il braccio di Judith: "Che cosa devo fare?" le domandò. "Mi troverà prima o poi. Ha già ucciso gli altri..."

"Chi?"

"Non hai letto i giornali? Sono tutti morti. Lionel, McGann, Bloxham. Anche le donne. Shales era nel suo letto. Tagliato a pezzi nel suo letto. Io ti chiedo... che tipo di creatura può fare questo?"

"La più tranquilla del mondo."

"Come puoi scherzare?"

"Scherzo perché stai sudando dalla paura. Cerchiamo di affrontare la cosa nel miglior modo possibile." Jude sospirò. "Tu sei un uomo in gamba, Oscar. Non dovresti nasconderti. Bisogna fare qualcosa."

"Non ricominciare con la tua storia sulla Dea, Judith. È una causa persa in partenza. Adesso la Torre sarà già ridotta a un ammasso di macerie."

"Se c'è qualcosa che ci può aiutare è solo lì," rispose Jude. "Lo so. Verrai con me, vero? So che sei coraggioso, se vuoi. Che cosa ti è successo?"

"Non lo so," ribatté Oscar. "Vorrei saperlo. In tutti questi anni sono andato avanti e indietro da Yzordderrex e non me ne è mai fregato nulla di dove mettevo il naso, non me ne è mai importato un fico di correre dei rischi, finché avevo delle mete in vista. Era un altro mondo. Forse anch'io ero un altro."

"E qui?"

Oscar fece una faccia perplessa. "Questa è l'Inghilterra," disse "sicura, piovosa, noiosa, l'Inghilterra, dove si gioca male a cricket e la birra è calda. Questo non è considerato un posto pericoloso."

"Ma lo è, Oscar, che ti piaccia o no. Qui c'è una tenebra che non esiste in nessun luogo di Yzordderrex. Ed è sulle tue tracce. Non c'è via di scampo: ti sta inseguendo. E sta inseguendo anche me, per quanto ne so."

"Ma perché?"

"Forse perché pensa che tu possa nuocerle."

"Che cosa posso fare? Io non so fare nulla."

"Possiamo scoprirlo," disse Judith. "Almeno, se dobbiamo morire, non moriremo da ignoranti."

 

48

 

Nonostante le predizioni di Oscar, la Torre della Tabula Rasa era ancora in piedi; ogni segno di eleganza nella costruzione era stato eroso dal sole che, impietoso, vi batteva da mezzogiorno fino a oltre le tre con tutta la violenza del suo calore. La ferocia di quel caldo aveva avuto effetto anche sugli alberi che ne nascondevano la vista dalla strada, seccandone tutte le foglie. Gli uccelli, che solitamente trovavano rifugio tra le fronde, erano troppo stanchi per cantare.

"Quando sei stata qui l'ultima volta?" chiese Oscar a Jude mentre entravano nel cortile della torre.

Jude gli raccontò dell'incontro con Bloxham, insistendo sul lato comico della faccenda, nella speranza di distrarlo, almeno in parte.

"Non mi è mai piaciuto Bloxham," replicò Oscar. "Era pieno di sé. Bada, lo eravamo tutti..." La voce gli tremava e parlava con l'entusiasmo di un uomo che stia salendo al patibolo. Scese dalla macchina e condusse Jude di fronte alla porta principale.

"L'allarme non è in funzione," disse. "Se c'è qualcuno dentro, dev'essere entrato con la chiave."

Trasse di tasca un mazzo di chiavi e ne scelse una. "Sei sicura di quello che facciamo?" le domandò.

"Sì, lo sono."

Rassegnato a commettere quella follia, Oscar aprì la porta e, dopo un attimo di esitazione, entrò. L'atrio era gelido e tetro, ma quel freddo non fece altro che rendere Judith più sollecita.

"Come facciamo ad andare in cantina?" chiese a Oscar.

"Vuoi andare subito da basso?" chiese di rimando l'uomo. "Non dovremmo prima controllare di sopra? Potrebbe esserci qualcuno."

"Certo che c'è qualcuno, Oscar. Si trova in cantina. Puoi andare a controllare di sopra, se vuoi. Io vado giù. Meno tempo sprechiamo, tanto prima ce ne andiamo."

Era un argomento piuttosto persuasivo per Oscar, che si arrese annuendo con un cenno del capo. Analizzò con cura il mazzo di chiavi, di nuovo ne scelse una e si diresse verso la porta più lontana, la più piccola delle tre in fondo al corridoio. Aveva impiegato molto tempo per trovare la chiave giusta, e ce ne volle altrettanto per infilarla nella toppa.

"Quante volte sei stato giù in cantina?" gli chiese Jude, mentre Oscar trafficava con la serratura.

"Solo due volte," rispose. "È un luogo piuttosto buio."

"Lo so," gli ricordò lei.

"D'altro canto mio padre aveva l'abitudine di venire regolarmente quaggiù in esplorazione. Ci sono regole e regolamenti, sai. Nessuno può accedere da solo alla libreria per non essere tentato da quello che può leggere in uno di quei libri. Sono sicuro che lui se ne infischiasse. Oh, ecco!" La chiave girò nella toppa. "Questa è una!" Selezionò una seconda chiave e iniziò ad armeggiare con la serratura successiva.

"Tuo padre ti ha mai parlato della cantina?" gli domandò Jude.

"Una volta o due. Sapeva molto dei Domini, più di quanto avrebbe dovuto. Penso conoscesse anche qualche mistero, ma non ne sono sicuro. Era un bastardo. Ma, alla fine, quando delirava, ha pronunciato quei nomi. Patashoqua, ricordo. Ha ripetuto questa parola in continuazione."

"Credi che abbia mai attraversato i Domini?"

"Ne dubito."

"Perciò hai imparato come si fa tutto da solo?"

"Ho trovato alcuni libri quaggiù e li ho rubati. Non era difficile il giochetto del cerchio. La magia non cambia. Si tratta sempre della stessa cosa..." Fece una pausa; grugnì, forzò la chiave, "... non vuole proprio entrare." Cominciò a girare, ma non del tutto. "Penso che a papà sarebbe piaciuta Patashoqua," continuò. "Ma per lui è rimasto solo un nome, povero vecchio."

"Sarà tutto diverso dopo la Riconciliazione," affermò Jude. "Certo che per lui sarà troppo tardi..."

"Al contrario," ribatté Oscar, facendo delle smorfie mentre cercava di far girare la chiave nella toppa. "Da quanto ho sentito, i morti sono solo prigionieri, come lo siamo tutti. Ci sono spiriti ovunque, secondo Peccable, che fanno il bello e il cattivo tempo."

"Anche qui?"

"Specialmente qui," precisò Oscar. La serratura cedette e la chiave girò. "Ecco, proprio come per magia."

"Meraviglioso." Jude gli batté dolcemente sulla spalla, "Sei un genio."

Le sorrise. L'uomo ostinato, sconfitto, che Judith aveva trovato madido di sudore e in preda alla paura poche ore prima, si era ravvivato notevolmente, adesso che qualcosa lo distraeva dal pensiero della sentenza di morte. Oscar tolse la chiave dalla toppa e girò la maniglia. La porta era rigida e pesante, ma si aprì senza fare troppa resistenza. L'uomo precedette Judith nell'oscurità. "Se non ricordo male," disse Oscar, "qui c'è l'interruttore della luce." Tastò la parete vicino alla porta. "Aspetta."

Spìnse un interruttore e una fila di lampadine nude, appese a un cavo, illuminarono la stanza. Era ampia e austera, e le pareti erano rivestite di legno.

"Oltre alla cantina, questa è la sola parte della casa di Roxborough che è rimasta intatta." Al centro della stanza c'era un enorme tavolo di quercia con otto sedie. "E qui che si incontravano, evidentemente: la prima Tabula Rasa. E hanno continuato a incontrarsi qui per anni, fin quando la casa non è stata distrutta."

"Quando è successo?"

"Alla fine degli anni Venti."

"Perciò per centocinquant'anni tutta una serie di culi Godolphin si sono posati su quelle sedie?"

"Esatto."

"Joshua incluso."

"Presumibilmente."

"Chissà quanti ne ho conosciuti?"

"Non ti ricordi?"

"Vorrei. Sto ancora aspettando che mi ritorni la memoria. Mi sto anche chiedendo se mai ricorderò."

"Forse sei tu che per qualche ragione non vuoi ricordare."

"Perché? Pensi siano ricordi così tremendi che ho paura di affrontarli? Perché mi sono comportata come una puttana e mi lasciavo passare dall'uno all'altro come una bottiglia di Porto? No, non penso che sia questa la ragione. Non riesco a ricordare perché in effetti quello non era vivere. Ero come una sonnambula che nessuno aveva intenzione di svegliare."